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sabato 2 maggio 2020

Penny Stock: cosa sono e come funzionano

 

Misterioso oggetto del desiderio sia per investitori alle prime armi che per quelli che hanno già una discreta conoscenza del mondo degli investimenti ed esperienza nel trading, solo o esclusivamente un grande bluff per tanti altri, le penny stock rappresentano, relativamente, una grande novità nel panorama italiano, una tipologia di investimento rischioso e spesso molto speculativo, dove i rischi di trading sembrano più elevati del solito. E non solo per le strategie di “pompaggio” cui ho accennato nella prefazione di Penny Stock: il trading (im)possibile disponibile qui e ben rappresentate nel noto film di Scorsese con protagonista DiCaprio nei panni del “Lupo di Wall Street”.

Ma cosa sono le penny stock?

sabato 16 giugno 2018

Analisi tecnica o analisi fondamentale: perché non entrambe?



Ancora oggi nello studio dei mercati finanziari si assiste ad una certa contrapposizione tra analisi tecnica e analisi fondamentale.
Ciò dipende soprattutto dal fatto che l’analisi fondamentale si poggia su basi ricavate dalla scienza economica, mentre l’analisi tecnica fa riferimento principalmente a considerazioni di natura psicologica.

Chi opta per l’analisi tecnica cerca di sfruttare quello che i metodi dell’analisi fondamentale non consentono di individuare, vale a dire il trend dei prezzi dei titoli quotati.
Essa, d’altra parte, essendo di tipo grafico, raggruppa metodi di analisi fruibili anche da chi non ha nozioni di economia e statistica, mentre l’analisi fondamentale necessiterebbe di una certa competenza per stimare il valore delle attività finanziarie oggetto di studio.

La valutazione tecnica è applicabile a qualunque mercato e a qualsiasi attività, a patto che gli scambi relativi siano liberi e non regolamentati.
L’analisi fondamentale richiede, al contrario, una specializzazione dell’analista in determinati settori di attività o in particolari mercati.
Coloro che propendono per questa ritengono che l’analisi tecnica, proprio perché svincolata da solide basi economiche, non abbia una vera utilità pratica.

venerdì 3 febbraio 2017

Come si legge il rating: le scale di S&P


Chiusa la procedura di assegnazione del rating, abbiamo visto che esso viene poi reso noto con comunicato stampa sul sito ufficiale dell’agenzia interessata e attraverso le agenzie di stampa e i principali mezzi di informazione economica e finanziaria nazionali e internazionali.

Il rating viene assegnato secondo una scala i cui indicatori cambiano da agenzia a agenzia, ma sempre sulla base di una serie alfabetica.
Per Standard & Poor’s, tra le agenzie più note, i giudizi variano dalla tripla A, grado di solvibilità più elevata, a D, che indica un’evidente situazione di insolvenza.
I giudizi di Moody’s, anch’essa molto autorevole, spaziano tra Aaa, il migliore, e C, a segnalare un altissimo rischio di insolvenza. E così via, anche se con piccole variazioni, le scale adottate da Fitch e dalle altre agenzie internazionali.

La scala di S&P. Per fare un esempio concreto su come leggere i giudizi sulla solvibilità del debito possiamo osservare quelli di Standard & Poor’s, che, come anche tutte le altre agenzie, sviluppa l’analisi sotto due profili temporali diversi.

Nelle valutazioni di lungo termine il giudizio più elevato è AAA, che indica una capacità molto elevata dell’emittente di far fronte ai pagamenti; segue AA, indicante un rischio associato all’emittente molto basso e una sua alta capacità di onorare il debito, seguito a sua volta dalla A, che sta ad indicare emissioni poco rischiose e una lieve sensibilità della redditività dell’emittente alle dinamiche congiunturali.
Si passa poi alla tripla B, che sta ad indicare emissioni obbligazionarie caratterizzate da adeguati parametri protettivi, ma che in presenza di avverse condizioni economiche potrebbero presentare difficoltà nei pagamenti, a BB, che sancisce il passaggio dal campo investment grade a quello speculative grade, dove rappresenta il livello più sicuro (titoli piuttosto sensibili alle variazioni delle condizioni economiche o legate al rischio finanziario d’impresa). B rileva, invece, che al momento del giudizio l’emittente riesce a coprire i pagamenti connessi al debito, ma ciò in futuro potrebbe essere pregiudicato da avverse condizioni economiche o dal mutamento di fattori specifici all’impresa; CCC indica rischi di non onorabilità dei pagamenti che potrebbero perdurare nel tempo, CC che le obbligazioni emesse presentano rischi di insolvenza e C che potrebbe essere avviata anche una procedura fallimentare anche se il flusso corrente dei pagamenti è al momento regolare.
A chiudere la scala D, indicante una situazione di insolvenza dell’emittente: è assegnato quando i pagamenti non avvengono regolarmente alla scadenza prevista, anche se non è terminato il periodo di proroga.
Per specificare meglio la classificazione, i giudizi da AA a CCC potrebbero avere associato anche un “+” o un “-“.

Nelle analisi di breve periodo troviamo, nel campo investment grade, il rating A-1, che indica un ridotto rischio di insolvenza, A-2, ad indicare che la capacità dell’emittente di far fronte al debito è molto alta, ma anche che si evidenzia una leggera vulnerabilità alle variazioni dello scenario, e A-3, per il quale ci sono adeguati parametri di protezione al rischio ma anche una certa sensibilità al mutamento delle condizioni specifiche d’impresa o del quadro economico generale.
Con B si passa al campo speculative grade: al momento del giudizio l’emittente può far fronte agli impegni finanziari ma vi è incertezza riguardo al futuro. C indica che il flusso dei pagamenti è piuttosto vulnerabile alle dinamiche congiunturali e il rischio di insolvenza dipende sia da rischi specifici d’impresa sia da mutamenti del quadro economico generale. Chiude la scala D, che indica lo stato di default finanziario dell’emittente e la possibilità che sia già stata avviata una procedura fallimentare.





venerdì 20 gennaio 2017

L’assegnazione del rating

Per emettere un giudizio (assegnare un rating) sulla qualità del debito di un emittente (rating di credito) l’agenzia segue una procedura che parte dall’analisi dei suoi fondamentali economico-finanziari per passare poi all’analisi di bilancio in tutte le sue componenti, in modo da costruire indicatori sulla sua redditività, capacità di produrre reddito e remunerare il capitale, i flussi di cassa, i rapporti tra mezzi propri e indebitamento, etc.
I parametri ricavati vengono successivamente confrontati con quelli degli altri soggetti emittenti operanti nello stesso settore dov’è presente il soggetto analizzato: è dunque necessario valutare anche il settore e l’andamento del mercato di riferimento.

Nelle analisi le agenzie devono ponderare anche fattori qualitativi come l’affidabilità e le capacità tecniche del management dell’azienda (o dell’ente), la credibilità dei progetti deliberati e gli obiettivi che l’emittente si è imposto.
Per tali tipologie di esami l’azienda (o l’ente) analizzata deve mettere a disposizione dell’agenzia di rating tutte le informazioni e i documenti necessari ad essa per formulare il proprio giudizio.
Gli analisti devono inoltre consultare la cosiddetta Centrale rischi e monitorare tutti i movimenti di denaro e le attività del soggetto emittente, incontrare i vertici e valutare il suo operato, elaborando una raccomandazione da sottoporre al vaglio di un comitato del credito.
Alla fine del processo viene stabilito il rating da assegnare all’emittente e da pubblicare a mezzo comunicato stampa.

domenica 15 gennaio 2017

Che cos’è il rating?

Il rating è un giudizio sull’affidabilità di un’azienda, uno Stato o un ente locale emittente un titolo di debito.
E’ emesso da un’agenzia indipendente che valuta la solvibilità del soggetto emittente obbligazioni sulla base della sua capacità di generare risorse per ripagare i sottoscrittori dei titoli. Esso, di conseguenza, indica la rischiosità dell’investimento.

ll rating è espresso in lettere ed è sottoposto a revisione periodica.
La scala varia a seconda delle agenzie, le più note ricordiamo essere Moody's, Standard & Poor's e Fitch, e va dalla tripla A (affidabilità massima) alla D (default o insolvenza).
La valutazione avviene sulla base dei bilanci, dei fondamentali economici e finanziari e spesso ill giudizio dell’agenzia è anticipato dall’andamento dei titoli e, quando l’emittente è uno Stato, dallo spread e dall’andamento dei future sui principali indici della Borsa nazionale.

giovedì 5 gennaio 2017

Brexit: ventimila banchieri pronti a trasferirsi da Londra a Parigi?


Parigi ha tutti i requisiti ideali per il dopo Brexit.
Ma anche altre città europee, tra cui Milano, proveranno a ritagliarsi il proprio ruolo per accaparrarsi pezzi di mercato fino ad oggi accentrati a Londra.  
È quanto evidenzia uno studio di Europlace, l’associazione francese che si sta occupando della promozione della capitale transalpina come polo finanziario alternativo a Londra per il dopo Brexit.
Per l’agenzia d’oltralpe, almeno 20mila lavoratori attivi nel mondo finanziario britannico sarebbero pronti a spostarsi a Parigi, che impiega già 180mila professionisti nella finanza, ad oggi attivi soprattutto nel mercato obbligazionario e nella gestione degli investimenti: competenze che, secondo lo studio, la renderebbero una meta molto ambita per i tanti che scapperanno dalla City, una piazza con molto più appeal rispetto alle altre capitali finanziarie europee come, ad esempio, Francoforte, che impiega già 100mila persone nel settore ma che non è il polo unico della Germania, o Dublino, a quota 30mila.
“Stimiamo che la decisione verrà presa entro giugno – ha spiegato l’amministratore delegato di Europlace, Arnadud de Bresson, – stiamo notando che le istituzioni stanno accelerando il processo decisionale sulle conseguenze della Brexit”.  

L’uscita ufficiale della Inghilterra dall’Ue, ricordiamolo, è prevista nel 2019, ma i colossi finanziari si stanno già attrezzando da tempo per anticipare l’ovvia debacle distorsiva conseguente all’isolamento britannico (e alla fine di quel doppio regime euro/sterlina che aveva reso molto profittevole la piazza).  

Morgan Stanley e Goldman Sachs, ad esempio, ricorda Repubblica, già dopo l’esito del referendum inglese avevano annunciato di essere pronte a lasciare immediatamente Londra, mentre i vertici anglo-cinesi di Hsbc hanno già fatto sapere che mille dipendenti saranno spostati dalla City a Parigi e Citigroup sta valutando di trasferire parte dei suoi 70mila dipendenti dall’Inghilterra a Francoforte.
Anche Milano sta facendo lobbying per attirare parte delle competenze concentrate su Londra; si tratta, per ora, specifica il quotidiano romano, di aspirazioni, ma il comitato Select Milano già dallo scorso giugno è attivo sia per le attività di clearing che per il Forex.

sabato 16 luglio 2016

Il debito pubblico italiano negli anni Ottanta


Gli anni Ottanta si caratterizzano per una vera e propria esplosione del debito pubblico, che salirà dal 60% registrato a fine anni ’70 al 100% del Pil alla fine del decennio.
È questo il periodo in cui si viene a formare, per tutta una serie di concause internazionali amplificate da una “spensierata” gestione finanziaria del Paese da parte della classe politica nostrana, quello stock di debito che è fonte di grandi preoccupazioni ancora (e soprattutto) oggi e che condiziona fortemente le scelte politiche dei nostri governi. La seconda metà degli anni Settanta si era contraddistinta per una corsa dell’indebitamento dello Stato, che già agli albori degli anni ’80 aveva spinto il rapporto deficit/Pil al 65%, quasi 20 punti in più rispetto al 1975 e cinque sugli ultimi mesi del decennio precedente.
Gli Usa ora pressano i Paesi alleati per un abbandono delle politiche keynesiane e l’adozione di una linea più liberista. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito si assiste immediatamente ad un’impennata senza precedenti del tasso di disoccupazione e all’annientamento o quasi di ogni tipo di ammortizzatore sociale.  
La svolta liberista coinvolge, attraverso lo SME (accordo, a cui l'Italia aveva aderito nel 1979, per il mantenimento della parità di cambio prefissata tra il ± 2,25%, ma che per il nostro Paese, la Spagna, la Gran Bretagna e il Portogallo arrivava al ± 6%), tutte le banche centrali europee e si traduce (1981) nel “divorzio” tra la Banca d’Italia e il Tesoro e nell’adozione di una politica monetaria più restrittiva da parte di Palazzo Koch. Un'inversione di tendenza rispetto alle politiche accomodanti del passato che, venuto meno il finanziamento automatico del debito da parte delle banche centrali, finisce per aggravare ancor più le condizioni economiche dello Stato, già  compromesse dal doppio shock petrolifero e, quindi, dall’aumento vertiginoso dei prezzi del petrolio, più che raddoppiato in cinque anni.  
Il tutto condito da un contrasto politico tra i principali partiti e da un’ingovernabilità del Paese (già cronica ben oltre 30 anni fa) che non lasciano intravedere alcuna capacità di reagire per via legislativa al mutato quadro economico globale.
Agli occhi del mondo l’Italia, “salvata dalla deriva comunista” pochi anni prima grazie ai finanziamenti del FMI, è ormai una nazione destinata a fallire sotto il peso della speculazione internazionale. La difesa della lira, con l’impennata dei tassi d’interesse che ne consegue, e la copertura del debito esclusivamente attraverso il disavanzo mettono a durissima prova una popolazione che appena poco più di dieci anni prima aveva vissuto finalmente una fase di benessere e che ora vede bruciare quotidianamente il proprio potere d’acquisto e deteriorarsi lo scenario presente e, soprattutto, futuro. Basti pensare che 1984 gli interessi sul debito pubblico (10% circa quelli sui BoT) arrivano a pesare sulla spesa pubblica per il 24% circa, più della percentuale destinata alla copertura del costo del personale dello Stato, raggiungendo l’11% del Pil (contro una media europea del 4,5%).
Nel 1986, grazie ad un miglioramento della congiuntura economica e ad un contenimento dell’inflazione entro soglie più tollerabili (e più vicine a quelle Istat), il Paese riprende a crescere, ma i tassi d'interesse non rallentano, anzi, si registra addirittura un trend decisamente contrario, con il dato che allunga fino al 12%. La crescita del Pil, in altri termini, complice una spesa corrente poco disciplinata (siamo negli anni dell’edonismo italiano) e un sistema fiscale risibile, che consente fenomeni di evasione fiscale di proporzioni spaventose, non viene adoperata per calmierare il debito pubblico.
Il debito sovrano continua a crescere del 15-20% annuo e proprio nel 1986 arriva toccare il 90% del Pil.

Compito dei governi diventa quindi quello di intervenire, con urgenza, sulla spesa pubblica e, soprattutto, sui centri di spesa, passando necessariamente per una ristrutturazione dei titoli di Stato, sia in fatto di allungamento della loro vita media, sia cercando di riequilibrare i tassi di interesse tenendo conto della situazione economia e all’inflazione, e sul finire degli anni Ottanta, anche per il successo dell'adesione alle emissioni italiane sui mercati finanziari internazionali, la situazione mostra un lieve miglioramento.
Il contenimento dei tassi, sebbene ancora alti se confrontati con quelli vigenti nelle altre principali economie mondiali, allontana però progressivamente le famiglie dal debito: a fine decennio esse detengono il 54% delle sottoscrizioni dei titoli di Stato, contro il 67% della prima metà del decennio. Il debito italiano, con Bankitalia che non può più rifinanziarlo, sta diventando sempre più internazionale.

martedì 29 settembre 2015

Il riporto di Borsa

Il riporto di Borsa è un contratto con il quale il riportato trasferisce al riportatore un certo numero di titoli impegnandosi a riacquistarli allo stesso prezzo più gli interessi il mese successivo.
E’ un’operazione che consente allo speculatore rialzista di rinviare di un mese l’impegno a pagare i titoli acquistati, nell’attesa del rialzo delle quotazioni degli stessi. Se alla scadenza l’andamento dei corsi non rientra nelle previsioni sperate e lo speculatore è ancora convinto delle sue stime rilaziste, tramite il riporto differisce la vendita dei titoli, cedendoli temporaneamente ad una banca in cambio del denaro necessario per la copertura degli stessi, per riacquistarli a fine periodo al prezzo concordato con la stessa banca e beneficiare, così, dell’eventuale rialzo sperato del loro prezzo.


I soggetti che invece prendono titoli a riporto sono speculatori al ribasso.
Un operatore ribassista vende a termine titoli (azioni, obbligazioni convertibili e warrant quotati o negoziati in mercati regolamentati) allo scoperto, nell’ottica di poterli comprare, prima della scadenza del contratto, ad un prezzo inferiore. Se le aspettative sull’andamento di mercato dei titoli sono disattese, lo speculatore ribassista, specularmente a quello rialzista convinto delle sue stime, può mantenere la propria posizione prendendo a riporto i titoli di cui ha bisogno e saldando le posizioni in scadenza.

giovedì 24 settembre 2015

Pronti contro termine

L’operazione pronti contro termine, o vendita con patto di riacquisto, è uno strumento di finanziamento a breve termine consistente in un prestito di denaro a fronte di un prestito di titoli a reddito fisso (titoli di Stato, di norma).
Si realizza vendendo temporaneamente titoli ad un investitore ad un prezzo determinato sulla base del loro valore di mercato (‘operazione a pronti’), che alla scadenza vengono restituiti dietro pagamento di un ‘prezzo di riacquisto’ prefissato e superiore alla liquidità ricevuta con il primo scambio (‘operazione a termine’).
Così i possessori dei titoli riescono ad ottenere un finanziamento (l’operazione può avere una durata che va da una settimana a pochi mesi) senza perderne la proprietà definitivamente e gli investitori un profitto dato dalla differenza tra il flusso monetario in uscita, il primo, e quello in entrata, maggiore, il secondo.

Il pronti contro termine è un’operazione utilizzata principalmente dalle banche e dalle imprese per riequilibrare gli squilibri di liquidità, in eccesso o in difetto.
E’ inoltre lo strumento a cui fanno ricorso le istituzioni monetarie (la Bce per l’Europa) per influenzare la liquidità sul mercato e, di conseguenza, il livello dei tassi di interesse, legato alla prima da una relazione di proporzionalità inversa.

lunedì 21 settembre 2015

Commercial paper


La commercial paper, sebbene spesso l’espressione venga usata come sinonimo di polizza di credito commerciale, è propriamente uno strumento del mercato monetario introdotto in Italia con l’istituzione della cambiale finanziaria, alla quale può essere invece assimilato. Essa, a differenza della polizza di credito commerciale, è infatti un titolo di credito rappresentato da un documento costituito da un pagherò cambiario.
Nel nostro Paese questo strumento fino ad ora non ha riscontrato molto successo.
Sono ricorsi ad esso soprattutto grandi imprese e banche, servendosi però, per la loro emissione, del mercato Usa.

venerdì 18 settembre 2015

Le cambiali finanziarie

La cambiale finanziaria è un titolo di credito all’ordine equivalente al pagherò cambiario. Con essa l’emittente si impegna a versare al beneficiario una certa somma ad una data prefissata.
E’ emessa in serie con valore minimo di 50mila euro e scadenza non inferiore a tre mesi e non superiore ad un anno.

La cambiale finanziaria, strumento di finanziamento alternativo alle accettazioni bancarie (poco adoperate), alle polizze di credito commerciale e alle obbligazioni, è stata introdotta nel nostro mercato monetario nel 1994.
A differenza della polizza di credito commerciale, essa incorpora il diritto sottostante: il documento che la rappresenta corrisponde infatti ad un pagherò cambiario, non dunque ad una lettera di riconoscimento del debito come per la polizza di credito commerciale, segue la stessa normativa delle cambiali ordinarie e ciò la rende un titolo di credito facilmente negoziabile.

Il ricorso alle cambiali finanziarie per la raccolta di risparmio tra il pubblico è consentito solo alle società e agli enti i cui titoli siano quotati in un mercato regolamentato o che abbiano fatto registrare un utile negli ultimi tre esercizi.
Essendo strumenti finanziari, l’offerta è consentita soltanto ai soggetti abilitati secondo la normativa regolante l’offerta fuori sede.
L’emissione di cambiali finanziarie non può superare con quella di obbligazioni (rispetto alle quali hanno una durata più breve) il valore del capitale versato ed esistente sulla base dell’ultimo bilancio approvato.

mercoledì 9 settembre 2015

Le polizze di credito commerciale

La polizza di credito commerciale è una lettera con la quale l’emittente, l’impresa debitrice, riconosce il proprio debito nei confronti del creditore, impresa o investitore individuale, impegnandosi a mettere a disposizione di una banca la somma necessaria all’estinzione dell’obbligazione.
La lettera, oltre alla banca incaricata di effettuare il pagamento, deve indicare anche le altre condizioni dell’accordo, tra cui la scadenza, che deve essere inferiore ad un anno, anche se l’accordo può essere rinnovato, e l’eventuale garanzia bancaria prodotta dal debitore a copertura della propria posizione debitoria (fideiussione, di solito).

La polizza di credito commerciale rappresenta uno strumento di finanziamento alternativo al prestito obbligazionario e ai mutui bancari, soprattutto per la presenza di una durata inferiore (scadenze in genere comprese tra 1 e 3 mesi).
Si tratta di una promessa di pagamento con annesso il riconoscimento di un debito, come da art, 1988 c.c., e per essere ceduta, non trattandosi di un titolo di credito, è richiesta una specifica lettera di cessione e la notifica di questa al debitore.

venerdì 4 settembre 2015

I Certificati di deposito (CD)

I Certificati di deposito sono titoli di credito emessi dalle banche per la raccolta di risparmio a breve e medio termine.
Sono titoli ‘individuali’, poichè ognuno di essi, collegato ad una specifica operazione di raccolta, può essere emesso su specifica richiesta del cliente, anche se la banca, soprattutto in caso di CD di più basso importo e di più ampia diffusione, può offire titoli tra loro identitci: i Certificati di deposito sono infatti titoli negoziabili al portatore rappresentativi di depositi bancari con scadenza, taglio e rendimento prestabiliti.

La somma depositata dal risparmiatore è dunque rappresentata da un certificato e non dal normale libretto di deposito. Il certificato deve semplicemente riportare data e banca di emissione, taglio, scadenza e condizioni di remunerazione della somma depositata (art. 2004 c.c.).
I risparmiatori non possono effettuare versamenti o prelievi prima della scadenza del certificato, che non può essere fissata a meno di tre mesi e oltre cinque anni dalla sua emissione: è fatto infatti divieto alle banche eittenti di rimborsare anticipatamente i propri certificati.

I Certificati di deposito sono strumenti di raccolta del risparmio relativamente recenti (primi anni ‘80 dello scorso secolo) e possono avere una scadenza compresa, come anticipato, tra i 3 e i 60 mesi.
Sono emessi a tasso fisso o a tasso variabile (per quelli con scadenza fino a 18 mesi è consentito solo il tasso fisso), possono avere la forma di titoli zero coupon o prevedere il pagamento di cedole periodiche e offrono un’ampia gamma di tagli, anche se gran parte di essi è concentrata tra 500 e 50mila euro.

domenica 30 agosto 2015

Le accettazioni bancarie

L’accettazione bancaria è un titolo di credito equivalente alla cambiale tratta. Il traente impegna una banca, che dietro commissione appone la propria firma ‘per accettazione’ sul titolo, a pagare una somma stabilita, ad una data scadenza, al beneficiario che incasserà la cambiale.

L’accettazione bancaria è uno strumento di finanziamento a breve termine utilizzato di solito dalle imprese che, per restando le vere obbligate cambiarie, cedono la qualifica di obbligato principale all’istituto bancario. L’accettazione di quest’ultimo serve a rendere negoziabile il titolo di credito già esistente.
Questo strumento, quindi, è una tratta creata per scopo di finanziamento e non per regolare una sottostante operazione commerciale (come avviene per una tradizionale cambiale): rappresenta dunque una tipica carta finanziaria.

La scadenza di un’accettazione bancaria è di solito molto breve, 3 mesi o meno. Meno frequenti sono scadenze pari a 6 o 12 mesi. I tagli, anche se variabili, si aggirano in genere su valori superiori ai 50mila euro.

mercoledì 26 agosto 2015

Il calcolo del rendimento dei BoT

Per il calcolo del rendimento lordo e netto (tenendo conto anche della ritenuta fiscale) di BoT di diversa scadenza si fa riferimento al prezzo ufficiale d’asta, ottenuto come prezzo medio ponderato (arrotondato) delle domande di titoli soddisfatti in asta, rapportando gli interessi, dati dalla differenza tra il prezzo di rimborso o valore nominale (100) e il prezzo d’acquisto, al capitale inizialmente investito, rappresentato dal prezzo d’acquisto.
Come per qualsiasi altro titolo zero coupon, per il calcolo del rendimento si può ricorrere ad un regime di capitalizzazione semplice, (partendo dunque dall’ipotesi che alla scadenza venga reinvestito solo il capitale iniziale), o composta (ipotizzando che vengano reinvestiti anche gli interessi maturati durante l'investimento).
In presenza di BoT annuali, i due indicatori coincidono. La differenza sostanziale tra essi si rileva invece in presenza di un BoT con scadenza inferiore ad un anno, perchè i rendimenti sono espressi sempre su base annua e la ripartizione del suo rendimento su 365 giorni varia inevitabilmente secondo l’applicazione dell’uno o dell’altro criterio.

lunedì 24 agosto 2015

I BoT: come coprire il fabbisogno di tesoreria dello Stato

I Buoni ordinari del Tesoro (BoT) sono titoli a breve termine emessi dal Tesoro per reperire risore destinate a coprire il debito fluttuante dello Stato, vale a dire il fabbisogno di cassa della tesoreria.
Sono strumenti emessi in diversi tagli e con durata espressa in giorni in modo che la data di scadenza coincida sempre con un giorno lavorativo.
Il loro valore di facciata parte da un taglio minimo di 1000 euro e la loro vita può oltrepassare i 365 giorni purchè la data di scadenza ricada nel mese corrispodente dell’anno successivo a quello di emissione.

I BoT non prevedono cedole (zero coupon), sono emessi ‘sotto la pari’ e rimborsati alla scadenza al valore nominale: la remunerazione del’investitore è dunque data dalla differenza tra il prezzo di emissione e il prezzo di rimborso (al valore nominale), detta anche ‘scarto di emissione’, al netto dell’imposta sositutiva.
Per ogni emissione di BoT il MEF stabilisce gli importi, le caratteristiche, l’importo massimo che è possibile emettere nell’esercizio successivo, la durata, le scadenze, la serie e le modalità di assegnazione.
Il loro collocamento avviene tramite asta competitiva nei confronti degli istitutti di credito, di Poste Italiane SpA, delle società di intermediazione mobiliare (SIM) e degli agenti di cambio e sono ammessi alla quotazione sul MOT a partire dal giorno successivo all’asta. Passaggio, quest’ultimo, che consente ai risparmiatori di disporre di un prezzo di riferimento certo e di liquidare facilmente il proprio investimentio prima della scadenza.

giovedì 20 agosto 2015

Le operazioni sul mercato monetario: distinzioni

Le operazioni di mercato monetario si distinguono secondo gli obiettivi perseguiti dall’operatore, che possono sintetizzarsi in investimento, finanziamento, intermediazione e controllo della liquidità.
- Investimento. È una delle funzioni più importanti del mercato monetario, quella che permette alle famiglie e agli investitori istituzionali una gestione ottimale della liquidità. Su tale mercato essi possono infatti impiegare le proprie eccedenze di liquidità ed ottenere in cambio un ritorno economico.
- Finanziamento. Mediante il mercato monetario le istituzioni e le imprese possono far fronte, sopportando un certo costo, ad eventuali carenze temporanee di liquidità.
La Pubblica amministrazione, ad esempio, può reperire le risorse finanziarie con cui coprire il fabbisogno di cassa del Tesoro con titoli a breve termine come i Buoni ordinari del Tesoro (BoT), che hanno una vita di 3, 6 o 12 mesi. Alla scadenza l’investitore riceverà una somma di denaro pari al valore nominale complessivo dei titoli posseduti.
Le banche, dal canto loro, riescono ad ottenere disponibilità finanziarie per fronteggiare temporanei squilibri dei propri flussi finanziari attraverso operazioni di provvista a brevissimo termine e l'emissione di certificati di deposito. Le imprese invece fanno ricorso all'emissione di accettazioni bancarie e di cambiali finanziarie.
- Intermediazione. Con essa si fa riferimento all'attività prestata sul mercato monetario dalle  società di intermediazione mobiliare, dalle banche e dai broker al servizio di altri operatori.

- Controllo della liquidità. Attraverso operazioni di mercato monetario svolte con procedura d’asta gestita dalla Banca d’Italia per conto delle Ministero dell’economia e delle finanze e/o con negoziazioni bilaterali gestite direttamente dal MEF o dalla Banca d’Italia per conto del MEF, l’organo di vigilanza mira a regolare la liquidità del sistema.

venerdì 14 agosto 2015

Mercato monetario: definizione e caratteristiche


Con mercato monetario si intendono le negoziazioni  aventi ad oggetto prestiti monetari con durata inferiore ai 12 mesi, o ai 18 mesi nei casi in cui la distinzione tra breve e medio termine è necessaria per individuare diversi regimi fiscali. Si differenzia dal mercato dei capitali principalmente per la diversa durata degli strumenti contrattati, su quest'ultimo di scadenza superiore.
Una delle finalità del mercato monetario è quella di gestire i flussi di liquidità del sistema grazie alla breve durata dei contratti ed alla presenza di un mercato secondario che consente agli investitori istituzionali e individuali di investire temporanee eccedenze di fondi e allo Stato ed alle imprese di risolvere temporanei fabbisogni mediante prestiti a breve.
Caratteristiche principali del mercato monetario sono:
- rischio variabile in relazione (inversa) al grado di solvibilità dei soggetti emittenti (più alto è il grado di solvibilità dell'emittente più basso è il grado di rischio);
- alto grado di liquidità degli investimenti, altamente negoziabili per le brevi durate che li caratterizzano;
- continuità degli scambi ed impersonalità delle contrattazioni;
- prezzo degli strumenti in funzione dei tassi di interesse a breve termine.

domenica 9 agosto 2015

Borsa Italiana SpA: i segmenti del mercato regolamentato nostrano

Il Mercato Telematico Azionario e quello Obbligazionario sono i principali segmenti di Borsa Italiana SpA, il mercato regolamentato nostrano in cui si scambiano, dal 1994 in forma informatizzata, una moltitudine di strumenti finanziari la cui crescente complessità negli anni ha reso necessario ripartire Piazza Affari in diversi segmenti/mercati:
- Azionario (MTA – Mercato Telematico Azionario), dove si scambiano i titoli azionari quotati in Borsa. Questo si divide a sua volta in Blue Chip, Star, Standard, MTA International e MTF (Mercato Telematico dei Fondi);
- SEDEX, il segmento in cui si negoziano strumenti come covered warrant e certificates;
- MOT, il mercato obbligazionario telematico in cui si negoziano obbligazioni (eccetto quelle convertibili in azioni), titoli di Stato, eurobbligazioni e ABS. Questi ultimi derivano da cartolarizzazione di crediti;
- TAH, After hours, il mercato telematico in cui è possibile operare dopo la chiusura della Borsa ma solo per gli strumenti dell’MTA e del SEDEX;
- Contratti a premio (MTR), relativi ad azioni, obbligazioni convertibili, warrant quotati e diritti di opzione;
- ETFplus, in cui si negoziano quote o azioni di OICR (SGR e Sicav);

- IDEM, il mercato degli strumenti derivati (future e contratti di opzione su valute, tassi di interesse e strumenti finanziari). Fanno eccezione i forward che, pur essendo dei contratti derivati, sono negoziati in mercati OTC, over the counter, cioè non regolamentati.