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mercoledì 25 marzo 2020
Fondo salva-Stati: MES e coronavirus, la soluzione che non accontenta nessuno
Il dibattito sul MES non conosce tregua e, dopo due anni di incontri-scontri in ambito UE, anche il coronavirus diventa motivo di battaglia su questo fondo salva-Stati.
D’altronde potrebbe essere uno degli strumenti da impiegare per fronteggiare l’emergenza sanitaria (e sociale) legata alla diffusione del covid-19, ma per ora, come per gli Eurobond, sembra di assistere soltanto a soluzioni accennate o parziali.
Intanto la vera svolta finora è stata la Bce che, tra questo mese e dicembre, acquisterà un quantitativo addizionale di titoli di Stato pari al 4,5% del Pil.
La Banca centrale europea, come stabilito dal Trattato Ue, non può infatti finanziare direttamente i Paesi membri, ma può acquistare i titoli di Stato sul mercato secondario.
Ciò implica che per poter ottenere il sostegno dei programmi della Bce messi in piedi per fronteggiare la recessione da pandemia covid-19 i singoli Stati devono accedere al mercato emettendo titoli pubblici.
Gli acquisti della Bce stanno consentendo ai Paesi più indebitati di finanziare la loro economia in deficit senza vedere schizzare gli spread, ma occorre ben altro per fronteggiare la situazione attuale e spingere per una ripresa futura.
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venerdì 13 marzo 2020
Fondo salva-Stati: chi sono i veri nemici del MES e quali le critiche principali
Argomento dibattuto da tanto e ritornato veementemente al centro della cronaca proprio in piena pandemia coronavirus, il MES e la sua riforma sembrano ormai occupare molto più spazio di quanto ci si sarebbe immaginato, soprattutto per la specificità della materie e la necessaria razionalizzazione dei fondi europei istituiti per allontanare lo spettro default e il rischio contagio nell’eurozona.
Le polemiche sul tema hanno assunto toni a tratti anche aspri e spesso fuorvianti, quasi a capovolgere gli originari assi pro e contro il fondo salva-Stati messo in campo in piena recessione mondiale nel 2012, durante la fase più cruenta della crisi dei debiti sovrani.
Chi l’ha voluta e votata senza battere ciglio oggi si erge infatti a baluardo dei detrattori della stessa e fiero oppositore dell’UE tutta, come sovente accade in questi anni dove, complice la difficoltà dei cittadini a storicizzare gli eventi e il sopravvento delle urla e della narrazione sulla realtà, chi ha adottato dei provvedimenti li demonizza quando non è più alla guida delle istitutzioni, mentre chi all’epoca era all’opposizione e magari ha sollevato anche qualche critica si ritrova a gestirne poi le conseguenze diventandone il più strenuo difensore.
Al di là di questo trend di fondo che inquina non poco la comprensione degli eventi e dei fenomeni, quali sono i Paesi avversi fin dalle origini al MES e le criticità principali sollevate dagli stessi?
Gli Stati membri dell’Unione che non accettano il Meccanismo Europeo di Stabilità come istituito fin dalle origine sono quelli del Nord Europa.
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sabato 14 dicembre 2019
Liquidità e Ue: cosa sono gli eurobond e perchè non sono mai partiti
Si discute di Eurobond dal lontano 2011, quando la crisi dei debiti sovrani scoppiata sull’onda del crack Lehman Brothers stava assumendo dimensioni serie e connotati drammatici per l’economia della vecchia Europa e la tenuta dei Paesi dai conti più barcollanti, e con il prolungarsi del dibattito comunitario sul Mes sono ritornati in auge come e, forse, più di allora: ma cosa sono e perchè dividono così tanto i vari membri dell’Unione?
Gli Eurobond altro non sono che titoli di debito, obbligazioni del debito pubblico dei Paesi facenti parte dell’eurozona, da emettere attraverso un’apposita agenzia dell’Unione europea, la cui solvibilità sarebbe garantita congiuntamente da tutti gli Stati membri mediante l’intervento della Banca europea degli investimenti (Bei) o di altro istituto di credito, purchè non sia la Bce, e i cui oneri verrebbero condivisi tra tutti i soggetti (mutualizzazione).
In altri termini, gli E-bond rappresenterebbero un potenziale meccanismo solidale di distribuzione del debito su base europea la cui solvibilità sarebbe garantita dall’insieme dei membri dell’Ue anche nel caso in cui un singolo Stato non riuscisse a ripagare il suo debito.
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domenica 1 dicembre 2019
Fondo salva-Stati: cos’è il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e come funziona
Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) è un organismo internazionale a carattere regionale nato come fondo monetario europeo per garantire la stabilità finanziaria dell’eurozona.
Istituito con le modifiche apportate all’art. 113 del Trattato di Lisbona deliberate dal Parlamento europeo il 23 marzo 2011 e ratificate dal Consiglio il 25 marzo 2011, è il Fondo salva-Stati cui compete sostenere i Paesi membri che versano in situazioni di crisi e potenziale default in sostituzione del Fondo europeo di stabilità finanziaria e del Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria.
La sua entrata in vigore, prevista inizialmente per la metà del 2013, è stata anticipata dal Consiglio europeo del 9 dicembre 2011 al luglio del 2012 a causa dell’aggravarsi della crisi dei debiti sovrani e il sempre più acutizzarsi del rischio default delle economie periferiche dell’Unione.
Le disponibilità monetarie alla sua entrata in vigore ammontavana a 650 miliardi di euro, compresisi dei quasi 300 miliardi residui dai fondi temporanei istituiti per salvare dall’insolvenza Irlanda e Portogallo.
In realtà, tuttavia, l’attuazione della riforma è rimasta sospesa per quasi due mesi in attesa della pronuncia della corte costituzionale della Germania sulla compatibilità del MES con l’ordinamento tedesco.
Nodo sciolto il 12 settembre 2012 con la richiesta da parte della corte dell’introduzione di alcune limitazioni atte ad eliminare i contrasti tra il nuovo organismo e l’ordinamento costituzionale della locomotiva d’Europa.
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sabato 3 giugno 2017
Il mercato del credito al consumo durante la crisi: la contrazione della domanda
Negli anni precedenti lo scoppio della crisi che ormai dal 2007 ha drasticamente depresso l’economia mondiale, la diffusione del credito al consumo era notevolmente aumentata nel nostro Paese, fino a rappresentare il 20% circa dei finanziamenti contratti dalle famiglie italiane. E ciò sia per un andamento ciclico favorevole, sia per la percepibile riduzione del tasso d’interesse sulle nuove erogazioni (quasi due punti percentuali dall’inizio del 2003 alla fine del 2005).
Se agli inizi del duemila, infatti, il rapporto tra le consistenze del credito al consumo e i consumi delle famiglie era pari al 7%, 4 punti in meno rispetto alla media dell’eurozona, già nel 2008 l’indicatore era aumentato di quasi 5 punti, raggiungendo i dati rilevati nel resto dei principali paesi europei, dove storicamente il ricorso agli strumenti di credito al consumo da parte delle famiglie era molto più sviluppato che in Italia. Una dinamica confermata dall’indagine (biennale) sui bilanci delle famiglie condotta dalla Banca d’Italia, da cui emerge che il ricorso al credito al consumo in meno di dieci anni era passato dal 9% della seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso al 13% rilevato nel 2008.
A fronte di un calo generalizzato registrato nei principali paesi dell’eurozona, tuttavia, il rapporto tra le consistenze del credito al consumo e i consumi delle famiglie italiane, ai massimi nel 2008, è rimasto invece stabile anche durante la crisi, a conferma dell’importante ruolo assunto in poco più di dieci anni dai prestiti nel sostenere i consumi, e nel 2013, anno drastico per l’economia nazionale, ha fatto registrare un +2% rispetto alla media delle principali economie del vecchio continente.
Nei primi due anni della crisi (2008-2010), in effetti, il ricorso al credito al consumo risulta particolarmente elevato tra le famiglie italiane con reddito basso, soprattutto tra quelle che nel 2010 avevano dichiarato redditi insolitamente inferiori rispetto alla media.
Tendenza attenuatasi nel 2012 ed invertitasi poi nell’anno successivo, quando la contrazione della spesa per consumi da parte delle famiglie residenti è risultata superiore a quella del reddito. Dai dati dell’indagine sui bilanci delle famiglie ad opera di Bankitalia, osserviamo infatti che a fine 2012 la percentuale di nuclei che ha fatto ricorso al credito al consumo si è ridotta di circa il 2%, un calo che risulta molto accentuato tra le famiglie giovani (-8%) e tra quelle a basso reddito (-4%).
Se agli inizi del duemila, infatti, il rapporto tra le consistenze del credito al consumo e i consumi delle famiglie era pari al 7%, 4 punti in meno rispetto alla media dell’eurozona, già nel 2008 l’indicatore era aumentato di quasi 5 punti, raggiungendo i dati rilevati nel resto dei principali paesi europei, dove storicamente il ricorso agli strumenti di credito al consumo da parte delle famiglie era molto più sviluppato che in Italia. Una dinamica confermata dall’indagine (biennale) sui bilanci delle famiglie condotta dalla Banca d’Italia, da cui emerge che il ricorso al credito al consumo in meno di dieci anni era passato dal 9% della seconda metà degli anni ’90 del secolo scorso al 13% rilevato nel 2008.
A fronte di un calo generalizzato registrato nei principali paesi dell’eurozona, tuttavia, il rapporto tra le consistenze del credito al consumo e i consumi delle famiglie italiane, ai massimi nel 2008, è rimasto invece stabile anche durante la crisi, a conferma dell’importante ruolo assunto in poco più di dieci anni dai prestiti nel sostenere i consumi, e nel 2013, anno drastico per l’economia nazionale, ha fatto registrare un +2% rispetto alla media delle principali economie del vecchio continente.
Nei primi due anni della crisi (2008-2010), in effetti, il ricorso al credito al consumo risulta particolarmente elevato tra le famiglie italiane con reddito basso, soprattutto tra quelle che nel 2010 avevano dichiarato redditi insolitamente inferiori rispetto alla media.
Tendenza attenuatasi nel 2012 ed invertitasi poi nell’anno successivo, quando la contrazione della spesa per consumi da parte delle famiglie residenti è risultata superiore a quella del reddito. Dai dati dell’indagine sui bilanci delle famiglie ad opera di Bankitalia, osserviamo infatti che a fine 2012 la percentuale di nuclei che ha fatto ricorso al credito al consumo si è ridotta di circa il 2%, un calo che risulta molto accentuato tra le famiglie giovani (-8%) e tra quelle a basso reddito (-4%).
L’indagine sul credito bancario (Bank Lending Survey – BLS) condotta dalla banca centrale italiana evidenzia tuttavia un forte indebolimento della domanda di credito al consumo già agli inizi del 2009, un trend che ha poi raggiunto l’apice nel periodo maggiormente colpito dalla crisi del debito sovrano, vale a dire dalla seconda metà del 2011 all’intero 2012.
Di fronte ad un persistente clima di incertezza e costante contrazione dei redditi delle famiglie italiane (ed europee) che condiziona fortemente la domanda di prestiti, si registra un forte irrigidimento delle condizioni di offerta da parte delle principali banche (credit crunch), attenuatosi, complici i continui interventi del Fondo Monetario Internazionale (e le uscite pubbliche del direttore Christine Lagarde), e della Banca Centrale Europea, finalizzati ad allargare le “maglie” del credito, solo negli anni successivi.
Dall’analisi si evince che dal 2007 al 2013 il numero di richieste annue è diminuito del 19%, fermandosi ad un livello di poco superiore ai 7 milioni.
La contrazione della domanda ha coinvolto tutte le classi di età, ad eccezione degli under 35, per i quali si è visto un incremento del numero di richieste, soprattutto tra il 2010 e il 2012, e sul finire di questo lungo periodo di austerity la composizione percentuale delle domande risultava ripartita equamente per ogni classe di età, una situazione molto diversa da quella rilevata nel 2007, quando la quota di domande in capo alla clientela più anziana ammontava a quasi il doppio di quella della classe più giovane.
Nello stesso periodo la domanda è cresciuta notevolmente per i contratti di importo più contenuto (inferiore ai 1000 euro), lievitata di oltre il 50%: questi tipi di finanziamento sono inoltre diventati la classe più importante, con un peso sul totale delle richieste arrivato a sfiorare il 30% di queste, il doppio rispetto al 2007.
A contribuire al ridimensionamento della domanda di credito al consumo e allo spostamento delle richieste verso contratti di importo molto contenuto, confermano le analisi, soprattutto il crollo delle vendite di autovetture, che ha reso meno necessari prestiti di elevato ammontare, e la tenuta delle spese per elettronica e telefonia, che richiedono importi di gran lunga minori.
Ma la tendenza a contrarre prestiti di piccolo importo si è inoltre ulteriormente accentuata per il perdurare della crisi e la mancata ripartenza dell’economia su scala nazionale e globale: la situazione delle famiglie, specie se monoreddito o/e con capofamiglia giovane, si è ancora più aggravata e la capacità di risparmiare, e dunque disporre di attività finanziarie con cui far fronte alla perdita di potere d’acquisto, è diventata una vera e propria chimera.
Ciò ha spinto molti di questi nuclei ad accentuare la domanda di finanziamenti per scopi di consumo, anche se per importi molto bassi, e la stessa riduzione dell’importo del prestito richiesto può essere stata una prerogativa per ottenere il finanziamento a fronte della crescente selettività che gli intermediari hanno mostrato nei confronti dei residenti. (continua)
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mercoledì 25 febbraio 2015
Gli strumenti anti-crisi della Bce: l’acquisto di Asset backed securites (Abs)
Quantitative Easing, operazioni di rifinanziamento a lungo termine, riduzione dei tassi d’interesse di riferimento con annesso tasso negativo sui depositi presso la Banca centrale: per far fronte alla recessione, riavviare i consumi e allontanare lo spettro della deflazione la Bce ha fatto ricorso ad ogni strumento, convenzionale e non, disponibile nel suo arsenale.
Con lo stile poco pomposo di Mario Draghi (e del board tutto) e sotto la supervisione mai celata della Germania, locomotiva d’Europa e obiettivo ultimo della speculazione sul debito sovrano dei Paesi Ue, l’Eurotower non ha escluso alcuna strada per iniettare liquidità nel sistema, compreso l’acquisto dalle banche di titoli Abs, annunciato ad ottobre dello scorso anno ed accolto con molto fervore dai mercati.
Con lo stile poco pomposo di Mario Draghi (e del board tutto) e sotto la supervisione mai celata della Germania, locomotiva d’Europa e obiettivo ultimo della speculazione sul debito sovrano dei Paesi Ue, l’Eurotower non ha escluso alcuna strada per iniettare liquidità nel sistema, compreso l’acquisto dalle banche di titoli Abs, annunciato ad ottobre dello scorso anno ed accolto con molto fervore dai mercati.
Le Asset backed securites
(Abs) sono titoli derivati, strumenti finanziari che si basano su altri strumenti
sottostanti emessi a fronte di operazioni di cartolarizzazione. Hanno una
struttura molto simile alle normali obbligazioni e come queste pagano delle
cedole a scadenze prefissate al detentore determinate sulla base di tassi di
interesse fissi o variabili. A differenza delle obbligazioni tuttavia il loro
rimborso è legato al perfezionamento della prestazione sottostante.
Nello specifico, l’acquisto da parte della Bce riguarda derivati bancari costruiti su prestiti concessi alle imprese confezionati in un unico titolo finanziario. Il rimborso di questi titoli Abs dipende quindi dal fatto che i prestiti sottostanti siano effettivamente rimborsati dalle imprese alle banche.
Condizione essenziale per l’acquisto, ha chiarito il numero uno della Bce, Mario Draghi, ricordando il fenomeno “mutui sub-prime”, è che si tratti di titoli «semplici e trasparenti».
Nello specifico, l’acquisto da parte della Bce riguarda derivati bancari costruiti su prestiti concessi alle imprese confezionati in un unico titolo finanziario. Il rimborso di questi titoli Abs dipende quindi dal fatto che i prestiti sottostanti siano effettivamente rimborsati dalle imprese alle banche.
Condizione essenziale per l’acquisto, ha chiarito il numero uno della Bce, Mario Draghi, ricordando il fenomeno “mutui sub-prime”, è che si tratti di titoli «semplici e trasparenti».
giovedì 19 febbraio 2015
Long term refinancing operation: le operazioni della Bce tra il 2011 e il 2012
I long term refinancing operazion (LTRO) sono delle operazioni di mercato aperto condotte dalla Bce per la gestione dei tassi di interesse e della liquidità nell’area euro. Attraverso la vendita o l’acquisto di liquidità a date condizioni sul mercato, in altri termini, la Banca centrale europea cerca di regolare la liquidità generale nel sistema.
Lo strumento più adoperato è quello delle operazioni “pronti contro termine”, strumenti a breve basati sull’acquisto o la vendita di un bene (o titoli) con l’obbligo di restituirlo (o riscattarlo) a termine pagando gli interessi pattuiti.
E’ il caso delle operazioni di LTRO a cui ha fatto ricorso la Bce di Mario Draghi tra la fine del 2011 e i primi mesi del 2012 per far fronte alla crisi di liquidità dell’Eurozona, fornendo alle banche dell’eurosistema circa mille miliardi di euro in finanziamenti di breve a un tasso dell’1%.
Nella prima operazione, quella del 21 dicembre del 2011, la Banca centrale ha collocato con un’asta circa 490 miliardi di euro con scadenza 29 gennaio 2015 e tasso di riferimento all’1%, con l’opzione di pagamento anticipata a un anno, presso 523 banche offerenti.
Due mesi dopo, il 29 febbraio 2012, con un’altra asta l’Eurotower ha fornito alle banche quasi 530 miliardi di euro di liquidità con scadenza al 26 febbraio 2015.
L’obiettivo delle due operazioni di rifinanziamento era quello di rendere più accessibile il credito nell’Eurozona e allentare così la stretta creditizia, incoraggiando al contempo le banche a ricomprare parte del debito sovrano dei Paesi europei (da concedere poi come garanzia “collaterale”) che in quei mesi, specie quelli cosiddetti “periferici”, erano oggetto di forte speculazione internazionale.
Gran parte della liquidità ottenuta è stata tuttavia utilizzata dalle banche per riacquistare i propri titoli (anch’essi sotto pressione) e dare maggiore consistenza al proprio capitale in previsione dei maggiori controlli delle autorità bancarie europea circa tale requisito.
Uno sviamento dal fine che ha spinto la Bce a intervenire poi mediante le operazioni di Quantitative Easing.
Due mesi dopo, il 29 febbraio 2012, con un’altra asta l’Eurotower ha fornito alle banche quasi 530 miliardi di euro di liquidità con scadenza al 26 febbraio 2015.
L’obiettivo delle due operazioni di rifinanziamento era quello di rendere più accessibile il credito nell’Eurozona e allentare così la stretta creditizia, incoraggiando al contempo le banche a ricomprare parte del debito sovrano dei Paesi europei (da concedere poi come garanzia “collaterale”) che in quei mesi, specie quelli cosiddetti “periferici”, erano oggetto di forte speculazione internazionale.
Gran parte della liquidità ottenuta è stata tuttavia utilizzata dalle banche per riacquistare i propri titoli (anch’essi sotto pressione) e dare maggiore consistenza al proprio capitale in previsione dei maggiori controlli delle autorità bancarie europea circa tale requisito.
Uno sviamento dal fine che ha spinto la Bce a intervenire poi mediante le operazioni di Quantitative Easing.
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venerdì 13 febbraio 2015
La crisi globale e i tappi della Bce: il long term refinancing operation (LTRO)
Non solo Quantitative Easing.
Dall’inizio della crisi del debito sovrano dei Paesi Ue la Bce ha adottato diversi strumenti di politica monetaria cosiddetti “non convenzionali” per calmierare la speculazione sui conti dei singoli Stati membri dell’Unione europea e allontanare l’incubo stagnazione (e deflazione).
Tra questi si evidenzia il ricorso al long term refinancing operation (LTRO), il piano di rifinanziamento a lungo termine voluto da Mario Draghi, un’operazione che per tanti aspetti ricalca quelle di alleggerimento quantitativo adottate dalla Federal Reserve e dalla Banca del Giappone.
Dall’inizio della crisi del debito sovrano dei Paesi Ue la Bce ha adottato diversi strumenti di politica monetaria cosiddetti “non convenzionali” per calmierare la speculazione sui conti dei singoli Stati membri dell’Unione europea e allontanare l’incubo stagnazione (e deflazione).
Tra questi si evidenzia il ricorso al long term refinancing operation (LTRO), il piano di rifinanziamento a lungo termine voluto da Mario Draghi, un’operazione che per tanti aspetti ricalca quelle di alleggerimento quantitativo adottate dalla Federal Reserve e dalla Banca del Giappone.
In cambio la Bce riceve come garanzia "collaterale" dagli istituti di credito obbligazioni governative (titoli degli stati membri Ue), anche se prive di valore (come per i titoli emessi
dalla Grecia, dichiaratasi insolvente).
La lista dei titoli eleggibili come garanzia collaterale è sul sito della Banca centrale europea ed è aggiornata più volte al mese.
La lista dei titoli eleggibili come garanzia collaterale è sul sito della Banca centrale europea ed è aggiornata più volte al mese.
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lunedì 9 febbraio 2015
Perché il Quantitative Easing?
La Bce ha fatto ricorso al Quantitative Easing per aumentare
la liquidità in circolazione ed allontanare lo spettro deflazione, più che un
semplice timore nelle aree più depresse dell’Unione europea.
Tra le conseguenze più immediate del QE c’è infatti l’impatto sull’andamento del tasso d’inflazione, il costo della vita, e del potere di acquisto della moneta. In sostanza, più denaro si immette in circolazione con operazioni “non convenzionali” come il QE e più si riduce il valore della moneta (svalutazione), con conseguente aumento dei prezzi in quanto il denaro utilizzato per fare acquisti vale di meno.
Motivo per il quale sale l’inflazione, prospettiva di solito percepita come negativa (aumentano i prezzi e si impoveriscono le famiglie) ma che in uno scenario caratterizzato dall’incubo deflazione, vale a dire una progressiva diminuzione dei prezzi che non lascia intravedere un’uscita dalla recessione, diventa il “male minore” se non proprio il primo segnale di una ripresa della domanda.
Lo spettro deflazione. Il circolo vizioso legato alla deflazione è d’altronde ben identificabile.
Privati e aziende rinviano i loro acquisti non indispensabili perché vedono i prezzi continuare a scendere e aspettano quindi altri cali.
La domanda di beni e servizi si mantiene di conseguenza debole e i produttori e i fornitori riducono i prezzi ulteriormente sperando di stimolare così gli acquisti. I ricavi delle imprese si contraggono sempre di più e iniziano i tagli, partendo dai costi che incidono di più sui loro bilanci, di solito i dipendenti.
Meno ricavi vuol dire anche meno possibilità di pagare costi ed interessi, per cui le azienda smettono anche di chiedere credito alle banche. Ed anche quelle che vorrebbero ricorrere all’indebitamento presso un istituto di credito sono penalizzate dalla stretta creditizia (credit crunch), ovvia conseguenza delle fasi recessive dell’economia ed altro scenario che il ricorso al QE dovrebbe scongiurare (o allontanare).
Tra le conseguenze più immediate del QE c’è infatti l’impatto sull’andamento del tasso d’inflazione, il costo della vita, e del potere di acquisto della moneta. In sostanza, più denaro si immette in circolazione con operazioni “non convenzionali” come il QE e più si riduce il valore della moneta (svalutazione), con conseguente aumento dei prezzi in quanto il denaro utilizzato per fare acquisti vale di meno.
Motivo per il quale sale l’inflazione, prospettiva di solito percepita come negativa (aumentano i prezzi e si impoveriscono le famiglie) ma che in uno scenario caratterizzato dall’incubo deflazione, vale a dire una progressiva diminuzione dei prezzi che non lascia intravedere un’uscita dalla recessione, diventa il “male minore” se non proprio il primo segnale di una ripresa della domanda.
Lo spettro deflazione. Il circolo vizioso legato alla deflazione è d’altronde ben identificabile.
Privati e aziende rinviano i loro acquisti non indispensabili perché vedono i prezzi continuare a scendere e aspettano quindi altri cali.
La domanda di beni e servizi si mantiene di conseguenza debole e i produttori e i fornitori riducono i prezzi ulteriormente sperando di stimolare così gli acquisti. I ricavi delle imprese si contraggono sempre di più e iniziano i tagli, partendo dai costi che incidono di più sui loro bilanci, di solito i dipendenti.
Meno ricavi vuol dire anche meno possibilità di pagare costi ed interessi, per cui le azienda smettono anche di chiedere credito alle banche. Ed anche quelle che vorrebbero ricorrere all’indebitamento presso un istituto di credito sono penalizzate dalla stretta creditizia (credit crunch), ovvia conseguenza delle fasi recessive dell’economia ed altro scenario che il ricorso al QE dovrebbe scongiurare (o allontanare).
Il sistema del Quantitative Easing dovrebbe permettere,
almeno in teoria, di intervenire subito sull’andamento dell’inflazione, in modo
che il tasso torni a salire (il 2% sembrerebbe la soglia ottimale in ambito Ue)
e si riavviino così i meccanismi economici.
È una soluzione da tempo seguita dalla Banca del Giappone, che già dagli inizi degli anni ’90 cominciò ad acquistare titoli dalle banche per scongiurare la deflazione e riavviare la domanda dall’estero dei beni prodotti all’interno, e adottata più volte dalla Federal Reserve per stimolare l’economia Usa e cercare di uscire dalla crisi partita ormai sette anni fa.
È una soluzione da tempo seguita dalla Banca del Giappone, che già dagli inizi degli anni ’90 cominciò ad acquistare titoli dalle banche per scongiurare la deflazione e riavviare la domanda dall’estero dei beni prodotti all’interno, e adottata più volte dalla Federal Reserve per stimolare l’economia Usa e cercare di uscire dalla crisi partita ormai sette anni fa.
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lunedì 2 febbraio 2015
Che cos’è il Quantitative Easing della Bce
La Banca centrale europea lo scorso 22 gennaio ha varato il
tanto atteso piano di acquisti di titoli ampliato alle emissioni pubbliche: 60
miliardi di euro al mese a partire dal prossimo mese e fino a settembre 2016.
Il tetto fissato per gli acquisti è il 25% di ciascuna emissione e il 33% del debito pubblico dei Paesi emittenti.
Il programma del Quantitative Easing (QE) della Bce, nello specifico, prevede che il 20% del rischio legato ai titoli acquistati sia condiviso a livello europeo, mentre l’80% resterebbe a carico delle Banche centrali dei rispettivi Paesi.
Il Quantitative Easing è uno strumento per creare moneta, per iniettare cioè denaro in circolazione in modo che l’economia reale ottenga prestiti dalle banche e ricorra più facilmente agli investimenti.
Con esso una banca centrale propone alle banche di ricomprarsi i titoli, solitamente a condizioni vantaggiose, nell’auspicio che con il denaro ottenuto dalla vendita i singoli istituti bancari semplifichino l’accesso al credito, ampliando quindi la possibilità per i loro clienti, privati e imprese, di ottenere denaro in prestito più facilmente e a tassi d’interesse contenuti.
L’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea riduce infatti il costo del debito degli Stati membri e, contemporaneamente, immette nuova liquidità sui mercati. Si ha così un deprezzamento della valuta comune e un miglioramento delle esportazioni nei confronti dei Paesi la cui moneta si sta apprezzando contro l’euro e delle condizioni di accesso al credito da parte di famiglie e imprese, contro un aumento dei prezzi reali di beni e servizi a seguito della perdita del potere d'acquisto della moneta (inflazione).
Il tetto fissato per gli acquisti è il 25% di ciascuna emissione e il 33% del debito pubblico dei Paesi emittenti.
Il programma del Quantitative Easing (QE) della Bce, nello specifico, prevede che il 20% del rischio legato ai titoli acquistati sia condiviso a livello europeo, mentre l’80% resterebbe a carico delle Banche centrali dei rispettivi Paesi.
Il Quantitative Easing è uno strumento per creare moneta, per iniettare cioè denaro in circolazione in modo che l’economia reale ottenga prestiti dalle banche e ricorra più facilmente agli investimenti.
Con esso una banca centrale propone alle banche di ricomprarsi i titoli, solitamente a condizioni vantaggiose, nell’auspicio che con il denaro ottenuto dalla vendita i singoli istituti bancari semplifichino l’accesso al credito, ampliando quindi la possibilità per i loro clienti, privati e imprese, di ottenere denaro in prestito più facilmente e a tassi d’interesse contenuti.
L’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea riduce infatti il costo del debito degli Stati membri e, contemporaneamente, immette nuova liquidità sui mercati. Si ha così un deprezzamento della valuta comune e un miglioramento delle esportazioni nei confronti dei Paesi la cui moneta si sta apprezzando contro l’euro e delle condizioni di accesso al credito da parte di famiglie e imprese, contro un aumento dei prezzi reali di beni e servizi a seguito della perdita del potere d'acquisto della moneta (inflazione).
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mercoledì 28 gennaio 2015
Il Quantitative Easing targato Mario Draghi: il piano della Bce per allontanare lo spettro della deflazione
Gli acquisti saranno ponderati secondo la partecipazione delle Banche centrali degli Stati membri nel capitale della Bce: l’Italia sarebbe destinataria di un piano di circa 104 miliardi di euro.
Perché il QE? Il board della Bce ha precisato che il Quantitative Easing deliberato questo mese è uno strumento di politica monetaria.
Una delle ‘armi non convenzionali’ con cui Francoforte conta di allontanare lo spettro della deflazione e stimolare una ripresa dell’economia nell’Eurozona, con l’obiettivo dichiarato di riportare il tasso di inflazione vicino al 2% (nelle aree periferiche è già deflazione).
L’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca centrale europea, in teoria, riduce infatti il costo del debito degli Stati membri e, allo stesso tempo, immette nuova liquidità sui mercati.
Ciò provoca un deprezzamento della valuta comune e un miglioramento dell’export verso i Paesi la cui moneta si sta apprezzando contro l’euro e delle condizioni di accesso al credito da parte di famiglie e imprese.
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