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domenica 14 ottobre 2018
Bilancio dello Stato: norme e composizione
Il bilancio dello Stato è un documento che elenca ordinatamente le entrate e le spese dello Stato in un determinato periodo di tempo.
Nel nostro Paese è annuale o pluriennale e l’anno finanziario su cui si calcola corrisponde all’anno civile.
L’insieme delle operazioni effettuate in un dato anno finanziario è definito esercizio finanziario.
Sulla base dell’esercizio a cui si riferisce, il bilancio può essere:
- Preventivo: riguarda le entrate e le spese che si prevede di riscuotere nell’esercizio successivo.
Si predispone prima dell’anno finanziario di riferimento, in mode che il Governo si attenga al programma delle entrate e delle spese previste.
- Consuntivo: si riferisce ad un anno trascorso.
Con esso si valuta l’attività finanziaria dello Stato, motivo per il quale si definisce anche “rendiconto finanziario”.
A seconda del contenuto, esso può essere:
- di competenza, quando comprende le entrate da riscuotere e le spese da pagare nel corso dell’esercizio.
Le entrate e le spese si contabilizzano indipendentemente da quando si realizzerà la riscossione e/o il pagamento.
- di cassa: riporta le entrate effettivamente riscosse e le uscite effettivamente pagate durante l’esercizio finanziario.
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domenica 3 luglio 2016
Storia del debito pubblico italiano: il trend di fondo
La storia del debito pubblico italiano, anche se più datata rispetto a quella di altri Paesi, conferma, a partire dall’Unità d’Italia del 1861, la tendenza generale a finanziare in deficit la spesa per la costruzione degli Stati nazionali.
Trend che in Italia ha fatto registrare una brusca accelerata dalla seconda guerra mondiale in poi, quando si è radicalizzata nel sistema nazionale la prassi di convivere con un costante (e sempre più fuori controllo) disavanzo di bilancio e che è diventato ancor più evidente negli anni Settanta con la messa in atto di importanti programmi di spesa a fronte del doppio shock petrolifero che aveva di fatto bloccato l’economia mondiale e l’abbandono del cambio fisso contro il dollaro decretato dagli Usa e fonte di forti speculazioni sulle valute (e le economie) dei singoli Stati.
La prassi è diventata così quella di pagare gli interessi sul debito producendo altro debito o stampando nuova moneta, riducendo così drasticamente il potere d’acquisto della lira al punto di farne desiderare l’abbandono (pensando agli stipendi italiani di operai e impiegati, emblematico il passaggio da 1000 lire al mese ad un milione in soli dieci anni registrato dai primi degli anni ’70 ai principi degli ’80 del secolo scorso), oltre quella di ricorrere a margini di spesa anticipati sulla base di previsioni fin troppo ottimistiche per le variabili macroeconomiche prese in considerazione e il cui andamento si è poi dimostrato del tutto opposto e fonte di ulteriore deficit.
venerdì 24 giugno 2016
Origini del debito pubblico italiano
Il debito pubblico italiano attuale prende forma già durante il periodo rinascimentale, quando diventa una prassi l’indebitamento delle corti nei confronti di banchieri e istituzioni finanziarie per lo sviluppo dell’apparato pubblico.
Con l’unità d’Italia del 1861 questa modalità di finanziamento degli investimenti centrali viene confermata appieno, rinunciando definitivamente alla raccolta di liquidità attraverso la leva fiscale (tasse) e radicando sempre più il mondo bancario all’interno dell’amministrazione statale, garantendo così, proprio sulla base del rapporto debiti/crediti creatosi, quella stabilità politica della quale ogni creditore ha bisogno per la tutela dei propri investimenti e ogni esecutivo per governare e portare avanti le proprie politiche.
Un intreccio di interessi reciproci che, se da un lato ha favorito lunghi periodi di crescita e pace sociale, alla distanza ha tuttavia allentato qualsiasi forma di “pudore” nel ricorso sconsiderato alle finanze pubbliche per finalità spesso solo forzatamente legate ad obiettivi quali welfare e crescita economica e reso il Paese sempre meno autonomo dal mondo bancario e finanziario e sempre più vulnerabile alla speculazione sul debito sovrano.
domenica 19 giugno 2016
Il debito pubblico italiano
Argomenti quali mercati finanziari, quotazioni, titoli pubblici di breve (mercato monetario) e medio lungo periodo (obbligazionario) spostano irrimediabilmente l’attenzione sul debito pubblico del Paese emittente, problema di notevole importanza per le casse dello Stato e il futuro dello stesso e dei suoi cittadini.
Un debito sovrano elevato è infatti una tassa sulla crescita, un elemento che, in un contesto economico e sociale straziato da una spirale negativa, condiziona tutti i settori dell’economia e aumenta la probabilità di default dello Stato stesso.
Il debito pubblico italiano ha raggiunto livelli ormai insostenibili da anni, sia in valore assoluto sia espresso in rapporto al PIL, e negli ultimi trenta, complice anche il ricorso continuo a scelte politiche prevalentemente di breve periodo con finalità sfacciatamente elettorali, la sua crescita ha subito addirittura un’ulteriore accelerata.
A fine 2015 il debito italiano è risultato di circa 2.170 miliardi di euro (dati Banca d’Italia), in aumento di quasi 39 miliardi sullo stesso periodo dell’anno precedente, con un picco di 2.212 miliardi registrato a novembre ed una riduzione nell’ultimo mese dell’anno dovuta principalmente al ridimensionamento della liquidità presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze da 74,4 a 35,7 miliardi.
Gli interessi pagati sul debito sono stati di circa 80 miliardi (3,8% in media, il dato più basso di sempre), mentre l’avanzo primario è risultato di circa 50, una cifra evidentemente insufficiente anche a coprire i soli interessi.
Scenario, quest’ultimo, già da solo in grado di evidenziare quanto possa essere praticamente impossibile in futuro generare ricchezza aggiuntiva per abbattere il debito pubblico (che non è altro che l’anticipo di redditi futuri) attraverso la tassazione.
In realtà molti tentativi sono stati messi in campo per frenare, o quantomeno rallentare, la crescita dell’esposizione debitoria italiana, ma tutto è stato vanificato da scelte amministrative particolarmente “bizzarre” se non propriamente clientelari, in passato, e dalla crisi economica che ormai da quasi dieci anni sta deprimendo l’economia nazionale e mondiale tutta, finendo per distogliere, in tanti casi, ancora più l’attenzione delle istituzioni nazionali dall’oggetto sociale che dovrebbe orientare l’attività economia e finanziaria dello Stato, vale a dire il perseguimento del benessere dei propri cittadini.
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