Visualizzazione post con etichetta Championship Manager 01/02. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Championship Manager 01/02. Mostra tutti i post

domenica 6 agosto 2017

CM0102: Avellino 2016-2017, obiettivo salvezza


L’Avellino (meglio, l’Unione Sportiva Avellino 1912) 2016-2017 che mi ritrovo a gestire è quella aggiornata ad ottobre 2016 (grazie ai data updates reperibili qui), guidata da Domenico Toscano, prima, e, nel girone di ritorno, da Walter Novellino, che chiuderà il campionato al 14esimo posto in classifica.
Subentro fin di primi di luglio a Toscano e ricevo la consueta comunicazione di inizi lavori dalla società, che, nello specifico, mi richiede di lottare per la salvezza, specificandomi la somma (striminzita) destinata al mercato dei trasferimenti. Fisso un’amichevole con l’Agropoli tra i tre incontri d’agosto del girone di Coppa Italia nel quale siamo stati sorteggiati e organizzo gli allenamenti cercando di individuare il modulo e gli accorgimenti che meglio mi possano permettere di schierare i calciatori che ho trovato in squadra inquadrati come titolari o, comunque, meglio dotati calcisticamente e impostando fin da subito dei criteri di ricerca giocatori sul mercato, soprattutto lato difesa e centrocampo (che vedevo molto “leggeri”).

L’organico dell’U.S. Avellino 1912, aggiornato ad ottobre, dunque a chiusura mercato, è quello ufficiale, reperibile anche online sui siti che si occupano di calcio.
Portieri Pierluigi Frattali, ex Cosenza ed oggi al Parma, punto fermo della squadra, il serbo Boris Radunović, in prestito dall’Atalanta ed oggi alla Salernitana, e, in prestito dal Bari ed oggi al Sudtirol – Alto Adige, Daniel Offredi.
In difesa l’uruguaiano Alejandro González, destro/centrale, in prestito dalla Ternana via Verona, lo svizzero naturalizzato albanese Berat Ridvan Djimsiti, centrale, in prestito dall’Atalanta, Marco Migliorini, centrale, il ghanese Isaac Donkor, sinistro/centrale in prestito dal Bari via Inter e oggi al Cesena, Patrick Asmah, sinistro/centrale, anch’egli in prestito con diritto di riscatto (e contro-riscatto) dagli orobici, Layousse Diallo, centrale, dalla Fiorentina a titolo definitivo, Maxime Giron, sinistro, e Simone Petricciuolo, destro, entrambi di ritorno per fine prestito dal Melfi, e qualche giovane da tener d’occhio come il difensore centrale/mediano Giannis Asvestopoulos, giovanissima promessa greca riscattata (a titolo gratuito) dalle giovanili del Varese (ed oggi in forza al Lugano U21).
Per il centrocampo l’ex Brescia e Slovan Bratislava Richard Lašík, difensore/centrocampista centrale/destro arrivato (fine contratto)  all’Avellino dopo aver giocato nelle nazionali slovacche giovanili, in quella maggiore, nella nostra serie B e anche in Europa League, l’ala sinistra Soufiane Bidaoui, talentuoso marocchino nato in Belgio e svincolatosi dal Parma dopo aver giocato in prestito al Crotone e al Latina, Angelo D'Angelo, centrale “storico” del club e capitano, unico tesserato dei lupi ad aver giocato in tutte le categorie in cui, complice il fallimento della vecchia Avellino Calcio, la squadra aveva militato dal 2009 in poi, il bresciano Fabrizio Paghera, mediano, William Jidayi, difensore/centrocampista centrale con una lunga militanza nella serie cadetta tra Sassuolo e Juve Stabia e tantissime partite anche nelle serie inferiori, il promettente regista/incontrista belga di origini congolesi Stephane Omeonga, l’ala destra Idrissa Camará, guineense prelevato dalla Correggese, Daniele Verde, trequartista destro/centrale-ala  in prestito dal Pescara via Roma, Salvatore Molina, ala destra in prestito dall’Atalanta, Davide Gavazzi, centrocampista/trequartista destro/centrale scuola Milan con una lunga militanza nel Vicenza e, in prestito dalla Samp, a Terni, Alessandro Sbaffo, trequartista/mezzala cresciuto nelle giovanili del Chievo e in prestito, tra le tante compagini, anche all’Avellino un paio di anni prima del mio arrivo, Niccolò Belloni, centrocampista destro in prestito dalla Ternana via Inter, e Luca Crecco, fluidificante/centrocampista di sinistra in prestito dalla Lazio.
In attacco Luigi Castaldo, punta 34enne, campano e bandiera della squadra, forte dal punto di vista fisico e tecnico e, all’occorrenza, grande opportunista, Matteo Ardemagni, attaccante/punta centrale scuola Milan e tantissime partite in prestito tra serie C e B, arrivato dall’Atalanta (che lo aveva acquistato nel 2010 dal Cittadella per 3,80 mln) a contratto scaduto dopo aver giocato l’anno prima a Perugia in prestito, Andrea Arrighini, punta centrale, rientrato dal prestito al Cosenza, Benjamin Mokulu Tembé, attaccante potente belga di origini congolesi (come Omeonga) con un importante passato tra campionati, coppe nazionali ed Europa League tra Lokeren e Malines, Mohamed Soumaré, seconda punta belga di origini guineense e un passato nelle giovanili dell'Anderlecht, di ritorno dal Melfi, dove era stato in prestito il campionato precedente con Petricciuolo e Giron, e Umberto Eusepi, in prestito dal Pisa.

Riflessioni (pippe a posteriori). L’organico è di tutto rispetto e sulla carta la salvezza richiestami dalla società non sembra un’impresa di quelle ardue.
Certo, si tratta di un gruppo di calciatori messi insieme a colpi di prestiti e ingaggi a parametro zero, e chi ha operato sul mercato per riuscirci è stato bravo: la priorità diventa dunque quella di creare una squadra. E farlo nel più breve tempo possibile e nella consapevolezza che c'è da mettere mano su centrocampo e difesa, magari ricorrendo ancora al mercato con quei pochissimi soldi messimi a disposizione (e prima che si esauriscano per coprire le spese correnti).

Senza dimenticare che tre portieri sono pochi e un quarto, almeno per completare la rosa, andrebbe reclutato (Tommaso Bianco si è svincolato a scadenza contratto), terzini veri e propri di proprietà della squadra non ce ne sono.
I più accreditati a giocare sulle fasce in difesa sarebbero Donkor e González, ma quest’ultimo anche il più idoneo a giocare nel ruolo di difensore centrale (per doti fisiche, capacità di marcare l’avversario, senso della posizione e del gioco di squadra) e anche Donkor sembra, comunque, più un vero e proprio marcatore che il terzino sinistro di cui avremmo bisogno.
Giron e Petricciuolo presentano doti da “fluidificanti leggeri”, magari da far giocare qualche metro più avanti la linea difensiva, ma in quest’ottica Lašík, a destra, e il giovanissimo Crecco, a sinistra, mi sembrano più gettonati. Ma giocando con due fluidificanti larghi dovrei anche prendere in seria considerazione una riconversione di ruolo per Soufiane Bidaoui da ala a terzino alto: come rinunciare al tesserato più dotato dal punto di vista tecnico e riconosciuto dai compagni come "elemento essenziale della squadra" già durante le prime sedute di allenamento?

A centrocampo non vedo un vero centrocampista difensivo, D’Angelo, il capitano, è un perno della squadra, ma, per doti fisiche, capacità difensive e visione di gioco, c'è bisogno almeno di un altro centrocampista, e molto diverso da lui. Jidayi, almeno per doti fisiche e difensive, potrebbe forse rimediare in parte al significativo vuoto in questa parte del campo, il giovanissimo Omeonga, tra l’incontrista e il regista, pare avere tutte la caratteristiche che manca agli altri due ma non ha ancora maturato quelle caratteristiche fisico-atletiche per diventare un punto fermo della squadra e Paghera pare non possedere le qualità per vestire la maglia da titolare. Salvo un impiego alternato degli ultimi tre accanto a D’Angelo o di uno dei trequartisti sull’asse mediana, e con l’auspicio che il capitano non avesse mai un raffreddore (figurarsi un infortunio), devo trovare un altro uomo, e di peso, altrimenti quel “lottare per evitare la retrocessione” fissato come obiettivo dalla società potrebbe acquisire un significato molto più profondo.

In attacco siamo, invece, ben ferrati.
Castaldo è una garanzia, anche se l’anagrafe non spinge a credere di poterlo impiegare per un'intera stagione (e marcando gli avversari per l’intera partita, cosa che richiedevo anche agli attaccanti - una variante rispetto alle impostazioni tattiche di base in fatto di marcature).
Ardemagni, gran protagonista del ritorno del Perugia tra i professionisti, ha tutti i requisiti per diventare il riferimento principale del vertice alto della squadra (e di fare reparto da solo). Da quello che vedo analizzando i suoi valori tecnici e, soprattutto, fisici, va messo in forma nel più breve tempo possibile. Arrighini lo teniamo soltanto se decido di giocare con due punte avanzate, altrimenti proverò a venderlo o a farlo giocare in prestito. Benjamin Mokulu è potenzialmente adatto sia a ricoprire il ruolo di prima punta, sia a giocare seconda punta o sulla trequarti con il compito di sfondare al centro e fare da collante tra il centrocampo e l’attacco. Soumaré, giovanissima seconda punta, lo diamo di nuovo in prestito e in caso di impiego di Tembé in quel ruolo, toccherà a Verde dargli il cambio.

I dubbi sul modulo da adottare sono, di conseguenza, tanti.
Vistio il numero dei centrocampisti offensivi laterali in squadra, 4-4-2 o 4-4-1-1?

E preso atto della vulnerabilità della difesa e, soprattutto, del centrocampo, oltre che della versatilità di alcuni dei giocatori meglio dotati tecnicamente (come Tembé, Gavazzi e i tanti avuti in prestito), 3-5-2, 5-3-2 o 5-3-1-1?

E con tanti elementi che nemmeno una partita in spiaggia avevano mai giocato assieme prima di quest'estate, rinuncio ad un modulo ferreo per variare spesso lo schieramento in campo o ne impongo subito uno in modo da dare ad ognuno dei riferimenti minimi, sia in fatto di posizione in campo, sia per gli atteggiamenti da assumere a seconda delle situazioni di gioco?

Intanto, impostati gli allenamenti specifici che sono solito adottare in ogni mia "esperienza di lavoro” e fissata un’amichevole estiva con l’Agropoli (l’inizio della Coppa Italia già durante la settimana di Ferragosto non mi consente di organizzare una serie di partite preparatorie), ai primi di Agosto vendo Arrighini al Bassano in cambio di un po’ liquidità e lo scambio con il terzino fluidificante sinistro Nicola Bizzotto e pochi giorni dopo, dalla lista gratuita, ingaggio Andrei Vastag, giovanissimo centrocampista rumeno transitato anche per le rappresentative giovanili della Dinamo Bucarest e della nazionale,

Bizzotto e Vastag restano gli unici che accettano la nostra offerta. Da quei pochi giocatori ancora liberi sul mercato contattati ricevo secchi rifiuti, o perché non intenzionati a trasferirsi all’Avellino (e/o ad Avellino), o per le nette distanze tra l’ingaggio richiesto e quello che posso azzardare.
Non esito, comunque, a dare l’incarico di cercare giovani promesse ad uno degli osservatori. L’idea di poter trovare qualcuno su cui contare già a breve, ma soprattutto per il medio-lungo periodo, non mi dispiace affatto. (continua)


martedì 22 marzo 2016

Messi? Ronaldo? I miti nel calcio sono altri, anche in CM 01/02



Non sono più in grado di dire quante squadre abbia gestito e quante intense avventure vissute con CM 01/02, ma posso affermare con certezza di aver avuto in organico quasi sempre un “mitico”. 
Il mitico nel calcio, e in tanti sport a squadre, quasi mai è il migliore in termini di tecnica e classe, di rado è il goleador o colui che potrà salvare il bilancio della società attraverso il suo trasferimento ad un altro club e di solito non attira le telecamere puntate sul campo di calcio o i media in cerca di un viso da copertina. 
Il mitico è il leader operaio in campo e nello spogliatoio. È uno dei punti di riferimento dell’allenatore e dell’ambiente tutto.
È spesso il componente della squadra il cui impiego fa gridare allo scandalo i puritani dell’estetica e gli integralisti delle spese milionarie ad ogni costo. Colui intorno al quale si costruisce un intero reparto e si fanno crescere i veri talenti, cioè coloro che permetteranno poi alla squadra di raggiungere obiettivi a volte insperati e alla società di generare entrate attraverso la loro, spesso amara, cessione. È il leader a tutti gli effetti, l’allenatore in campo e il saggio fuori, ruoli essenziali ma celati da una modestia e da una parziale indifferenza da parte del mondo del calcio non giocato, che alla distanza diventa difficilissimo rimpiazzare.

Il primo “mitico” che ho visto giocare dal vivo è stato Salvatore Di Somma.
Erano i primissimi anni ’80 dello scorso secolo ed era la mia prima volta allo Stadio Partenio di Avellino.
La squadra irpina era in piena lotta per rimanere in serie A e Di Somma, rilevato dal Pescara nel 1977, era il giocatore simbolo di una compagine operaia arricchita di tanti talenti pescati dalla serie B e da club più blasonati dove non trovavano spazio.
Il campionato italiano era alquanto “povero” e i calciatori giravano da una squadra retrocessa ad una neopromossa che ambiva a salvarsi. C’era la mezzala, il libero, la “zona mista” del Trap e di Gigi Radice, un’evoluzione del catenaccio degli anni ’60 e dei primi ’70 (anche se c’era anche Liedholm che professava un calcio a zona più vicino a quello conosciuto grazie all’Olanda finalista di due mondiali consecutivi), il terzino destro che marcava ad uomo il migliore dell’attacco avversario e il sinistro che provava a spingere sulla fascia per crossare al centro o accentrarsi scambiandosi momentaneamente il ruolo con il trequartista (la “mezzala”). C’era l’ariete e la seconda punta “di movimento” e, da un anno, la massima serie era stata riaperta agli stranieri. 



Lo stabiese Di Somma era già sulla via del tramonto quando vidi giocare per la prima volta dal vivo lui e la squadra del mio capoluogo di provincia. Per quanto la mia attenzione fosse alterata dalle urla e dai fischi dei tifosi indirizzati agli avversari (era in atto un vero e proprio scontro diretto tra pretendenti alla salvezza), questo giocatore marcatamente stempiato, grintoso e vistosamente diverso da molti compagni in fatto di possesso palla e modo di giocare (si limitava a rincorrere gli avversari spalla a spalla e a scaraventare il pallone in tribuna, compresa quella vip nella quale ero approdato in virtù di piccolo ospite di un abbonato amico di famiglia) mi colpì così tanto che alla domanda fattami nell’intervallo circa il calciatore che stava piacendomi di più non esitai a rispondere: «Di Somma».
In una squadra di calciatori del calibro di Beniamino Vignola (il capitano), Geronimo Barbadillo, Søren Skov (che si rileverà poi uno dei più grandi “bidoni” degli anni ’80), Bruno Limido, Luciano Favero, Carlo Osti, Gian Pietro Tagliaferri, Stefano Tacconi e Giovanni Cervone, un ragazzino di appena 8 anni, già abituato all’Almanacco del calcio italiano e alla Gazzetta, aveva apprezzato un “piedi di legno” che rincorreva, a fatica, gli attaccanti avversari con il solo ed unico intento di  impedire che arrivassero in porta.
L’incredulità che aveva alimentato la mia risposta secca la si tagliava con un coltello, ma qualcuno dei “vip” fece notare quanto la grinta e l’agonismo per un ragazzino potessero essere molto più affascinanti di tanti altri fattori, specie se a stringere i denti era l’ultimo baluardo della difesa.


Non ricordo esattamente chi fosse l’avversario (a posteriori potrei dire Genoa), ma benissimo che quella partita finì due a zero a favore dei “lupi” con goal di Vignola e Barbadillo e che a casa non feci altro che parlare di Salvatore Di Somma, un “mito” per la piazza e, quel giorno, anche per me.
L’Avellino quell’anno concluse il campionato (1982/83) al nono posto (record battuto con l’ottavo posto raggiunto nel 1987), arrivando anche agli ottavi di finale di Coppa Italia.
Di Somma chiuderà poi con l’Avellino la sua carriera di calciatore professionista due anni dopo, nel 1984, alla veneranda età di 36 anni, per poi iniziare quella da allenatore pochi anni più tardi, partendo dal Sorrento e passando anche per Avellino nella stagione 1996/97, in serie C1, dopo il ritorno alla presidenza di 'don' Antonio Sibilia, patron della società proprio durante gli anni in cui Salvatore Di Somma militava nella squadra che impose per quasi dieci anni la “legge del Partenio”. (continua)

giovedì 17 marzo 2016

Championship Manager: i precedenti e la nascita di FM

Sport Interactive rilasciò numerosi sequel di Championship Manager prima di separarsi da Eidos Interactive nel 2004 e accordarsi con SEGA per promuovere una nuova evoluzione del manageriale con il marchio Football Manager, il nome del software creato agli inizi degli anni ’80 dallo sviluppatore britannico Kevin Toms e considerato il capostipite del genere.

Il primo Football Manager pubblicato da Toms nel 1982 e lanciato su numerose piattaforme, comprese ZX Spectrum, Commodore 64 e Amstrad CPC, riscontrò un immediato successo, producendo due seguiti numerici e la World Cup Edition, pubblicata in occasione della finale dei mondiali di Italia 90, ma con l’uscita nel 1991 di Football Manager 3 (progetto, deludente, al quale Toms non aveva partecipato) la fama andò declinandosi a favore di Player Manager (di Dino Dini) e, soprattutto, di Championship Manager, lanciato nel 1992 e destinato fin da subito a imporsi come leader del settore.


A seguito del divorzio del 2004 di cui sopra Eidos mantenne il marchio e l’interfaccia utente, mentre Sport Interactive il database e il codice del gioco, mentre per il nome rilanciò il marchio Football Manager creato da Toms nel 1982.
I due prodotti presero tuttavia due distinte strade. Eidos lasciò il mondo dei PC con Championship Manager 2010 per trasferirsi nel mondo mobile e, dopo l’acquisizione della nipponica Square Enix, affermarsi nel 2013 con il nome di Champ Man su Iphone e Android (la versione free 2015 è stata scaricata sui soli smartphone Android oltre un milione di volte).
Football Manager di SI è diventato invece un colosso mondiale, replicando il successo che il primo FM aveva conseguito oltre 30 anni fa. La versione mobile (10 €) e quella PC (intorno ai 50 €) hanno venduto cumulativamente più di 15 milioni di copie, risultando tra i manageriali più giocati in Rete.
Gli aggiornamenti arrecati da Sport Interactive hanno portato alla serie grafica in 3D, con le azioni mostrate direttamente sul campo: un’innovazione che ha certamente avvicinato al manageriale utenti più avvezzi ai simulatori di maggior successo, ma che ha contribuito, allo stesso tempo, a rispolverare il vecchio ed intramontabile CM 01/02, tuttora il migliore per i veri appassionati di calcio e di videogame manageriali in senso stretto.

giovedì 10 marzo 2016

Championship Manager (Scudetto): una storia di calcio

Era il lontano 1992 quando Paul e Oliver Collyer riescono a farsi pubblicare dalla Domark, poi Eidos, il videogioco manageriale di calcio sul quale stavano lavorando dalla fine degli anni ’80, European Champions.
I nomi dei calciatori non sono quelli reali e la Domark, nota principalmente per il celebre Trival Pursuit e per videogame ispirati al mitico 007, come software house non è proprio ineccepibile.
Il primo lancio non è un successo, ma già il capitolo successivo segna una decisa inversione di tendenza.

L’anno dopo nasce infatti Championship Manager ’93 e la creatura dei due fratelli Collyer comincia a decollare. I giocatori questa volta hanno dati anagrafici reali e vengono inseriti anche i trasferimenti da squadre estere e, cosa di non poco conto in UK, la neonata Premier League. Nello stesso anno esce anche uno spin-off dedicato alla nostra serie A denominato Championship Manager Italia.
Nel 1994 Paul e Oliver, sull’onda del successo raggiunto dalla loro creatura, fondano la Sports Interactive (che dieci anni dopo firmerà un accordo con SEGA per i diritti di pubblicazione dei suoi videogame e il cui studio di Londra, con i suoi circa 70 dipendenti, un nutrito staff di beta tester e addetti al controllo qualità e una rete di un migliaio di ricercatori sparsi per il mondo, due anni dopo sarà interamente rilevato dalla multinazionale dei videogiochi) e nel settembre dell’anno seguente viene lanciato Championship Manager 2, il titolo che decreta il successo della saga CM su scala mondiale, sotto il quale escono CM 96/97 e 97/98.

Il 1996 è l’anno di Championship Manager 3, che include anche la “mitica” versione 01/02.
I giocatori e lo staff tecnico e manageriale inseriti nel database di CM sono ormai diventati circa 30.000 e viene inserita una caratteristica che rivoluzionerà per sempre l’approccio al gioco e che avvicinerà a quest’ultimo anche gli addetti ai lavori del mondo del calcio, vale a dire quell’incertezza sulle caratteristiche tecniche dei giocatori non noti che richiede l’impiego di osservatori per portarle alla luce.
Lo schema concettuale è quello delle porzioni di mappa oscurate che nei giochi di strategia militare implicano il necessario impiego di scout per scoprirle e la novità introdotta in CM diventa l’elemento principale per mettere in piedi una squadra competitiva (o l’unico mezzo per una società non messa benissimo in fatto di conti per procurarsi qualche talento in erba).
Con questa versione il calciomercato si apre anche ad alcuni dei paesi dell’ex Unione Sovietica (prima la Bielorussia), al Paraguay, alla Polonia, all’Olanda e nei settori giovanili delle big di serie A e tra i risultati delle ricerche commissionate ai talent scout iniziano a intravedersi dei veri e propri campioni del futuro (alcuni rimasti "virtuali").

Daniele De Rossi, Alberto Aquilani, Simone Pepe e Arjen Robben sono le giovani leve più citate dagli appassionati di CM 01/02, le promesse che si sono confermate alla grande anche nel mondo del calcio giocato.
Chi, come me, ha iniziato a giocare con club minori e budget ridotti (impossibilitato, dunque, a offrire ingaggi e palcoscenici adeguati alle richieste e alle aspettative dei calciatori italiani più talentuosi, anche se ancora misconosciuti, e di coloro pronti a lasciare i vivai dei club europei più prestigiosi), ricorderà invece tanti piccoli campioni di passaporto portoghese (come Édson Ricardo Nunes Correia Silva e Filipe Oliveira) molto più incisivi da giovanissimi che nella fase della maturità calcistica, l’algerino Abdelkader Ghezzal, Agostino Garofalo (uno dei tanti giovani lanciati da Zeman nel mondo dei professionisti), il centrocampista-difensore senegalese Albaye Papa Diop, il talentuosissimo spagnolo Albert Serrán e i suoi conterranei Diego Cervantes e Armando Lozano,  l’acerbo “pilastro” della difesa Aleksandre K'vakhadze, il richiestissimo Alessandro Potenza, Alvaro ”El Tata” Gonzalez, il costaricano Álvaro Sánchez, l’australiano Carl Valeri, l’angolano Enoque Guilherme e magari le estenuanti trattative per far firmare piccoli fenomeni  non rientrati nel “grosso giro” come Daniele Vantaggiato, Ferdinando Sforzini (sempre infortunato nell’unica occasione in cui sono riuscito ad ingaggiarlo) e Gabriele Perico (e lasciamo perdere i tentativi per portare via dal Pescara il sedicenne Daniel Ciofani o i coetanei Daniele Galloppa dalla Roma e Tiberio Guarente dall’Atalanta!) e i colpi a parametro zero messi a segno appena disponibili un po’ di quattrini, e dopo mesi di negoziazioni per ottenere una decisa riduzione dell’ingaggio richiesto, del calibro di Johnnier Esteiner Montaño, Gaetano D'Agostino, Klaas-Jan Huntelaar, Tonton Zola Moukoko, Julius Aghahowa, Benjani Mwaruwari, Joseph Dayo Oshadogan, Gionatha Spinesi, Daniele Balli, Alessandro Pane, Pius Ikedia (addirittura dal vivaio dell’Ajax!) e il sempre redivivo César Sampaio (in scadenza contratto con il Deportivo e in chiara fase calante, ricordo di averlo ingaggiato per 180mila euro annui dopo una trattativa durata un’intera estate e che ha guidato la Juve Stabia in una storica e meritatissima doppia promozione dalla serie C1 alla serie A).

domenica 6 marzo 2016

Championship Manager 01/02: perché non riesumarlo?



Arsène Wenger l’ha usato a lungo per prepararsi alla ricerca di nuovi talenti. L’Everton ha pagato un bel gruzzoletto per averne una versione da utilizzare in esclusiva molto più ricca di dati di quella in commercio.
Il Vicenza calcio sembrerebbe averlo utilizzato per le sue recenti campagne acquisti. Il Genoa ancora non lo ammette, ma da diversi anni si accaparra alcuni dei migliori talenti a prezzi ragionevoli (e spesso low cost) che scopriamo ogni stagione proprio grazie a questo “assurdo” videogame.
La serie di "Football Manager" è ormai un must per ogni appassionato di calcio e Championship Manager 01/02, la versione CM lanciata nel 2001, nota in Italia come Scudetto, è ancora oggi considerato il miglior capitolo della saga, la versione meglio riuscita in termini di mix tra realtà e virtualità, forse la puntata che ha contribuito più di ogni altra a rendere questo manageriale di calcio il più famoso e venduto al mondo nella sua categoria.
Non è un caso che a distanza di ormai oltre 15 anni dalla sua uscita, e nonostante il rilascio di tante versioni successive molto più appetibili, sia graficamente, sia in termini di interattività, siano in tanti a frequentare i forum online dove si dibatte di questa versione. E da quando, nel 2008, la Eidos Interactive, l’azienda che lo sviluppava, ne ha rilasciato una versione freeware, pare che il volume dei consigli sugli acquisiti, le tattiche e il tipo di marcatura da utilizzare sia addirittura aumentato: grazie agli aggiornamenti del suo enorme database e alla creazione di patch da parte di appassionati dai nomi inverosimili, gli utenti riescono a giocare con lo stesso motore (e stessa “bruttezza” grafica) della versione 01/02 ma con le rose delle squadre aggiornatissime e tanti nuovi talenti (e bidoni) da scoprire, allenare e far esordire in campionato (e tanti bilanci in rosso) .

I punti di forza di questo folle gioco, e di questa riuscitissima versione del 2001, sono d’altronde quelli che creano dipendenza: da un lato, alto realismo tattico, tantissimi campionati e club disponibili ed un immenso ed accurato database creato da tantissimi ricercatori che da tutto il mondo si accingono a segnalare giocatori noti e non; dall’altro, un continuo ripresentarsi di situazioni tipiche di questo sport (e di quelli a squadre, in generale) che mettono a dura prova l’equilibrio in campo e fuori, quali, ad esempio, le lamentele di coloro che non giocano con frequenza e che chiedono, tramite il loro procuratore, di essere ceduti “per  trovare un posto fisso da titolare”, il desiderio dei più bravi di trasferirsi in club più blasonati del vostro, le continue richieste di ritocchi all’ingaggio da parte dei tanti che credono di meritare più di quanto percepito o di essere più importanti per la squadra “di quanto pensi l’allenatore”, le offerte provenienti da altri club intenzionati a soffiarvi quei titolari che ormai sono diventati dei perni fondamentali (anche per l’ambiente), infortuni, turn over, preparazione estiva, allenamenti di gruppo e individuali, interventi chirurgici, terapie e ricoveri vari, amichevoli, tournée estiva, impegni di coppa e recuperi, rapporto con proprietà e media e tanto altro ancora.
Un mix di elementi che rende davvero molto realistico il gioco senza appesantirne la fruibilità, ma costringendovi a pensare da allenatore - manager fin da subito.