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domenica 6 agosto 2017

CM0102: Avellino 2016-2017, obiettivo salvezza


L’Avellino (meglio, l’Unione Sportiva Avellino 1912) 2016-2017 che mi ritrovo a gestire è quella aggiornata ad ottobre 2016 (grazie ai data updates reperibili qui), guidata da Domenico Toscano, prima, e, nel girone di ritorno, da Walter Novellino, che chiuderà il campionato al 14esimo posto in classifica.
Subentro fin di primi di luglio a Toscano e ricevo la consueta comunicazione di inizi lavori dalla società, che, nello specifico, mi richiede di lottare per la salvezza, specificandomi la somma (striminzita) destinata al mercato dei trasferimenti. Fisso un’amichevole con l’Agropoli tra i tre incontri d’agosto del girone di Coppa Italia nel quale siamo stati sorteggiati e organizzo gli allenamenti cercando di individuare il modulo e gli accorgimenti che meglio mi possano permettere di schierare i calciatori che ho trovato in squadra inquadrati come titolari o, comunque, meglio dotati calcisticamente e impostando fin da subito dei criteri di ricerca giocatori sul mercato, soprattutto lato difesa e centrocampo (che vedevo molto “leggeri”).

L’organico dell’U.S. Avellino 1912, aggiornato ad ottobre, dunque a chiusura mercato, è quello ufficiale, reperibile anche online sui siti che si occupano di calcio.
Portieri Pierluigi Frattali, ex Cosenza ed oggi al Parma, punto fermo della squadra, il serbo Boris Radunović, in prestito dall’Atalanta ed oggi alla Salernitana, e, in prestito dal Bari ed oggi al Sudtirol – Alto Adige, Daniel Offredi.
In difesa l’uruguaiano Alejandro González, destro/centrale, in prestito dalla Ternana via Verona, lo svizzero naturalizzato albanese Berat Ridvan Djimsiti, centrale, in prestito dall’Atalanta, Marco Migliorini, centrale, il ghanese Isaac Donkor, sinistro/centrale in prestito dal Bari via Inter e oggi al Cesena, Patrick Asmah, sinistro/centrale, anch’egli in prestito con diritto di riscatto (e contro-riscatto) dagli orobici, Layousse Diallo, centrale, dalla Fiorentina a titolo definitivo, Maxime Giron, sinistro, e Simone Petricciuolo, destro, entrambi di ritorno per fine prestito dal Melfi, e qualche giovane da tener d’occhio come il difensore centrale/mediano Giannis Asvestopoulos, giovanissima promessa greca riscattata (a titolo gratuito) dalle giovanili del Varese (ed oggi in forza al Lugano U21).
Per il centrocampo l’ex Brescia e Slovan Bratislava Richard Lašík, difensore/centrocampista centrale/destro arrivato (fine contratto)  all’Avellino dopo aver giocato nelle nazionali slovacche giovanili, in quella maggiore, nella nostra serie B e anche in Europa League, l’ala sinistra Soufiane Bidaoui, talentuoso marocchino nato in Belgio e svincolatosi dal Parma dopo aver giocato in prestito al Crotone e al Latina, Angelo D'Angelo, centrale “storico” del club e capitano, unico tesserato dei lupi ad aver giocato in tutte le categorie in cui, complice il fallimento della vecchia Avellino Calcio, la squadra aveva militato dal 2009 in poi, il bresciano Fabrizio Paghera, mediano, William Jidayi, difensore/centrocampista centrale con una lunga militanza nella serie cadetta tra Sassuolo e Juve Stabia e tantissime partite anche nelle serie inferiori, il promettente regista/incontrista belga di origini congolesi Stephane Omeonga, l’ala destra Idrissa Camará, guineense prelevato dalla Correggese, Daniele Verde, trequartista destro/centrale-ala  in prestito dal Pescara via Roma, Salvatore Molina, ala destra in prestito dall’Atalanta, Davide Gavazzi, centrocampista/trequartista destro/centrale scuola Milan con una lunga militanza nel Vicenza e, in prestito dalla Samp, a Terni, Alessandro Sbaffo, trequartista/mezzala cresciuto nelle giovanili del Chievo e in prestito, tra le tante compagini, anche all’Avellino un paio di anni prima del mio arrivo, Niccolò Belloni, centrocampista destro in prestito dalla Ternana via Inter, e Luca Crecco, fluidificante/centrocampista di sinistra in prestito dalla Lazio.
In attacco Luigi Castaldo, punta 34enne, campano e bandiera della squadra, forte dal punto di vista fisico e tecnico e, all’occorrenza, grande opportunista, Matteo Ardemagni, attaccante/punta centrale scuola Milan e tantissime partite in prestito tra serie C e B, arrivato dall’Atalanta (che lo aveva acquistato nel 2010 dal Cittadella per 3,80 mln) a contratto scaduto dopo aver giocato l’anno prima a Perugia in prestito, Andrea Arrighini, punta centrale, rientrato dal prestito al Cosenza, Benjamin Mokulu Tembé, attaccante potente belga di origini congolesi (come Omeonga) con un importante passato tra campionati, coppe nazionali ed Europa League tra Lokeren e Malines, Mohamed Soumaré, seconda punta belga di origini guineense e un passato nelle giovanili dell'Anderlecht, di ritorno dal Melfi, dove era stato in prestito il campionato precedente con Petricciuolo e Giron, e Umberto Eusepi, in prestito dal Pisa.

Riflessioni (pippe a posteriori). L’organico è di tutto rispetto e sulla carta la salvezza richiestami dalla società non sembra un’impresa di quelle ardue.
Certo, si tratta di un gruppo di calciatori messi insieme a colpi di prestiti e ingaggi a parametro zero, e chi ha operato sul mercato per riuscirci è stato bravo: la priorità diventa dunque quella di creare una squadra. E farlo nel più breve tempo possibile e nella consapevolezza che c'è da mettere mano su centrocampo e difesa, magari ricorrendo ancora al mercato con quei pochissimi soldi messimi a disposizione (e prima che si esauriscano per coprire le spese correnti).

Senza dimenticare che tre portieri sono pochi e un quarto, almeno per completare la rosa, andrebbe reclutato (Tommaso Bianco si è svincolato a scadenza contratto), terzini veri e propri di proprietà della squadra non ce ne sono.
I più accreditati a giocare sulle fasce in difesa sarebbero Donkor e González, ma quest’ultimo anche il più idoneo a giocare nel ruolo di difensore centrale (per doti fisiche, capacità di marcare l’avversario, senso della posizione e del gioco di squadra) e anche Donkor sembra, comunque, più un vero e proprio marcatore che il terzino sinistro di cui avremmo bisogno.
Giron e Petricciuolo presentano doti da “fluidificanti leggeri”, magari da far giocare qualche metro più avanti la linea difensiva, ma in quest’ottica Lašík, a destra, e il giovanissimo Crecco, a sinistra, mi sembrano più gettonati. Ma giocando con due fluidificanti larghi dovrei anche prendere in seria considerazione una riconversione di ruolo per Soufiane Bidaoui da ala a terzino alto: come rinunciare al tesserato più dotato dal punto di vista tecnico e riconosciuto dai compagni come "elemento essenziale della squadra" già durante le prime sedute di allenamento?

A centrocampo non vedo un vero centrocampista difensivo, D’Angelo, il capitano, è un perno della squadra, ma, per doti fisiche, capacità difensive e visione di gioco, c'è bisogno almeno di un altro centrocampista, e molto diverso da lui. Jidayi, almeno per doti fisiche e difensive, potrebbe forse rimediare in parte al significativo vuoto in questa parte del campo, il giovanissimo Omeonga, tra l’incontrista e il regista, pare avere tutte la caratteristiche che manca agli altri due ma non ha ancora maturato quelle caratteristiche fisico-atletiche per diventare un punto fermo della squadra e Paghera pare non possedere le qualità per vestire la maglia da titolare. Salvo un impiego alternato degli ultimi tre accanto a D’Angelo o di uno dei trequartisti sull’asse mediana, e con l’auspicio che il capitano non avesse mai un raffreddore (figurarsi un infortunio), devo trovare un altro uomo, e di peso, altrimenti quel “lottare per evitare la retrocessione” fissato come obiettivo dalla società potrebbe acquisire un significato molto più profondo.

In attacco siamo, invece, ben ferrati.
Castaldo è una garanzia, anche se l’anagrafe non spinge a credere di poterlo impiegare per un'intera stagione (e marcando gli avversari per l’intera partita, cosa che richiedevo anche agli attaccanti - una variante rispetto alle impostazioni tattiche di base in fatto di marcature).
Ardemagni, gran protagonista del ritorno del Perugia tra i professionisti, ha tutti i requisiti per diventare il riferimento principale del vertice alto della squadra (e di fare reparto da solo). Da quello che vedo analizzando i suoi valori tecnici e, soprattutto, fisici, va messo in forma nel più breve tempo possibile. Arrighini lo teniamo soltanto se decido di giocare con due punte avanzate, altrimenti proverò a venderlo o a farlo giocare in prestito. Benjamin Mokulu è potenzialmente adatto sia a ricoprire il ruolo di prima punta, sia a giocare seconda punta o sulla trequarti con il compito di sfondare al centro e fare da collante tra il centrocampo e l’attacco. Soumaré, giovanissima seconda punta, lo diamo di nuovo in prestito e in caso di impiego di Tembé in quel ruolo, toccherà a Verde dargli il cambio.

I dubbi sul modulo da adottare sono, di conseguenza, tanti.
Vistio il numero dei centrocampisti offensivi laterali in squadra, 4-4-2 o 4-4-1-1?

E preso atto della vulnerabilità della difesa e, soprattutto, del centrocampo, oltre che della versatilità di alcuni dei giocatori meglio dotati tecnicamente (come Tembé, Gavazzi e i tanti avuti in prestito), 3-5-2, 5-3-2 o 5-3-1-1?

E con tanti elementi che nemmeno una partita in spiaggia avevano mai giocato assieme prima di quest'estate, rinuncio ad un modulo ferreo per variare spesso lo schieramento in campo o ne impongo subito uno in modo da dare ad ognuno dei riferimenti minimi, sia in fatto di posizione in campo, sia per gli atteggiamenti da assumere a seconda delle situazioni di gioco?

Intanto, impostati gli allenamenti specifici che sono solito adottare in ogni mia "esperienza di lavoro” e fissata un’amichevole estiva con l’Agropoli (l’inizio della Coppa Italia già durante la settimana di Ferragosto non mi consente di organizzare una serie di partite preparatorie), ai primi di Agosto vendo Arrighini al Bassano in cambio di un po’ liquidità e lo scambio con il terzino fluidificante sinistro Nicola Bizzotto e pochi giorni dopo, dalla lista gratuita, ingaggio Andrei Vastag, giovanissimo centrocampista rumeno transitato anche per le rappresentative giovanili della Dinamo Bucarest e della nazionale,

Bizzotto e Vastag restano gli unici che accettano la nostra offerta. Da quei pochi giocatori ancora liberi sul mercato contattati ricevo secchi rifiuti, o perché non intenzionati a trasferirsi all’Avellino (e/o ad Avellino), o per le nette distanze tra l’ingaggio richiesto e quello che posso azzardare.
Non esito, comunque, a dare l’incarico di cercare giovani promesse ad uno degli osservatori. L’idea di poter trovare qualcuno su cui contare già a breve, ma soprattutto per il medio-lungo periodo, non mi dispiace affatto. (continua)


venerdì 10 giugno 2016

Championship Manager 01/02: la risalita (e la rinascita) dei viola



I mesi successivi, la rincorsa fino al quinto posto in campionato, la vittoria della Coppa Italia e la sconfitta in finale di Coppa Uefa contro il Manchester United (eliminato ad agosto dalla Champions) confermarono che eravamo diventati davvero una gran squadra.  
La Fiorentina del fallimento e della retrocessione si era trasformata in una macchina da guerra inarrestabile, anche se Veron, Scholes, Giggs, Cole e i fratelli Neville nella finale Uefa di metà maggio riusciranno a fermarne la corsa dopo tre mesi a dir poco perfetti e una doppio confronto (in cm 01/02 la finale Uefa a quei tempi si svolgeva ancora secondo la formula andata e ritorno) molto equilibrato.
 
Febbraio era iniziato con il trasferimento di Allegretti e un colpaccio in trasferta a Mestre, a danni del Venezia di Prandelli e del tridente (fortissimo in cm 01/02) con Magallanes (nel mirino della Juve) alle spalle di Maniero (infallibile come nella realtà) e Di Napoli.
Pochi giorni dopo, la semifinale di ritorno di Coppa Italia contro il Brescia (0-0) si era rivelata una pura formalità, confermando lo stato di grazia di Morfeo (il sostituto di Chiesa nelle partite di coppa nazionale) e il maggior equilibrio in campo garantito dalla presenza di un fluidificante sulla sinistra del centrocampo (Pieri) anziché un centrocampista offensivo e da un terzino marcatore a destra della difesa (Repka, nello specifico) anziché un fluidificante.

In campionato la squadra giocava ormai alla perfezione, interpretando meglio di quanto mi aspettassi ciò che disponevo durante la preparazione tattica e gli allenamenti.
Al di là di qualche eccezione dettata dalle condizioni fisiche di qualcuno dei titolari o da esigenze di turn-over, sui due lati del campo schieravo ormai un terzino marcatore ed uno fluidificante in difesa ed un trequartista ed un esterno difensivo a centrocampo. In altre parole, quando schieravo Ezequiel Gonzalez sul versante sinistro di centrocampo dall’altro lato c’era spesso Torricelli (o Di Livio), se a destra convocavo Rossi all’altro lato compariva Pieri.  
Con questo assetto più guardingo e, soprattutto, quel “furore agonistico” che per oltre metà stagione stentava ad emergere la mia Fiorentina recuperava posizioni su posizioni in classifica e un protagonista (mancato, fino a quel momento) dopo l’altro.  
Spettacolari, in tal senso, le varie rimonte dopo essere andati in svantaggio con le compagini più accreditate per la vittoria finale del campionato grazie alle sgroppate da centrocampo di Enrico Chiesa, che finalmente sembrava quello che eravamo abituati a vedere in TV in quegli anni, agli assist di Nuno Gomes, sempre più uomo squadra e meno goleador, ai guizzi esplosivi di Marco Rossi e al recupero di Sandro Cois.
Fondamentale la costanza di Di Livio, eccellente nel ruolo di centrocampista centrale in sostituzione di Cois e in quello, occasionale, di terzino o centrocampista destro, Torricelli, Gonzalez, Vanoli (anche in chiave più propriamente difensiva) e, soprattutto, Adani.
Quest’ultimo, il nostro “mitico”, che tra l’altro presentava una media percentuale di passaggi riusciti tra le più alte della squadra e del campionato (con quella dei contrasti a partita vinti la migliore in assoluto tra i difensori della serie A), era ormai nel giro della nazionale ed era finito al centro delle attenzioni delle principali protagoniste della massima serie (Inter su tutte).

Mi accorsi che eravamo arrivati in alto, e quindi lontani dalla zona retrocessione, grazie a Gonzalez. Verso la fine di marzo la sua scheda (i calciatori in cm 01/02 sono visibili mediante schede valori) non evidenziava lamentele o sintomi di particolari malumori e finalmente, dopo una serie interminabile di partite, m’ero deciso a dare un’occhiata alla classifica e al rendimento della mia squadra.  
In meno di 27 giorni avevamo giocato quattro partite di campionato, dove eravamo imbattuti dalla seconda metà di gennaio, la finale d’andata di Coppa Italia, 1-1 a Roma contro i giallorossi, e le semifinali di Coppa Uefa con il Liverpool (1-1 all’andata e 1-0 nel ritorno al Franchi).
Nel primo incontro con il Liverpool eravamo andati in vantaggio agli inizi del secondo tempo con Chiesa ed avevamo subito la rimonta solo nei minuti finali di recupero ad opera del granitico Heskey. Le aspettative erano ben peggiori e il pareggio all’Anfield Road contro Gerrard, Carragher, Owen, Dudek, Rjse, Berger, Hamann, Babbel&Co. aveva conscarato un momento d’oro, coronato poi dall’1-0 del ritorno a Firenze con il gol su punizione nel finale ad opera di Morfeo, subentrato a Chiesa negli ultimi dieci minuti di gioco.
A maggio ci sarebbe stata la finale con il Manchester United di Scholes, Keane, Beckam, Giggs, Veron e la macchina da gol Ruud Van Nistelrooy. E nello stesso mese si sarebbe giocata anche la finale di ritorno di Coppa Italia con la Roma.
In entrambi gli incontri contro il Liverpool avevano giocato Rossi a destra e Gonzalez a sinistra: in Europa, anche per il fitto calendario di impegni della squadra e il necessario turn-over a cui ero dovuto ricorrere, mi ero ritrovato a schierare di nuovo i due centrocampisti offensivi laterali. Con grande soddisfazione, inoltre, grazie soprattutto alle due ottime prestazioni dell’ala destra/fluidificante poi bandiera del Genoa, decisivo in entrambi gli incontri.

Ad aprile e maggio la corsa ai piani alti della classfica del campionato si materializzava. Senza impegni di coppa e piacevolmente ancora in corsa in tutte le competizioni a cui avevamo preso parte, avevo messo in campo sempre quella che mi sembrava la formazione migliore, comunque quella più “rodata” e affiatata, raccogliendo una serie di vittorie consecutive che mai mi sarei immaginato potesse verificarsi. La serie di imbattibilità cominciata a gennaio si interrompeva all’ultima di campionato, contro il Piacenza, quando eravamo addirittura in corsa, con 55 punti, per l’ultimo posto per la Champions League. Eravamo arrivati quinti ed eravamo in Europa.
La doppia finale di Coppa Uefa, come anticipato, aveva consegnato il trofeo ai Red Devils, ma con la Roma in casa i viola conquistavano la seconda Coppa Italia consecutiva.
Avevo con me squadra, presidenza e tifosi e tanti progetti da portare avanti.

mercoledì 1 giugno 2016

Championship Manager 01/02: viola ancora in panne, ma la squadra c'è

messaggio dirigenza

Ricevevo un altro secco rifiuto dal Real per Cambiasso e dall’Ajax per Ikedia. Il secondo avrei potuto provare ad ingaggiarlo per averlo poi a giugno e raggirare così la mediazione dei “lancieri” di Amsterdam: non mi dispiaceva negoziare direttamente con i calciatori in scadenza contratto e/o i loro procuratori, anche se ciò implicava qualche aggiustamento verso l’alto dell’ingaggio.
Cambiasso lo avrei voluto provare fin dal girone di ritorno del campionato ma il Real non sembrava intenzionato a trattare, a prescindere dall’offerta fatta. E nella trattativa si stava inserendo anche il River.
Nel mentre il Perugia cedeva Blasi alla Juve per 7,9 milioni e la partita di ritorno di coppa Italia contro la Roma a Firenze (andata 1-1) la sera del 7 gennaio ci aveva visto rischiare l’eliminazione fino al recupero, quando Chiesa aveva annullato il vantaggio degli ospiti (tiro dal limite di un giovanissimo Aquilani) rinviando l’esito della sfida ai supplementari, prima, (durante i quali Torricelli aveva giocato da mediano al posto di un acciaccato, ma concreto, Rossitto e avevo buttato in campo Morfeo al posto di Di Livio per tentare un disperato assalto negli ultimi 10 minuti di gioco), e, infine, ai rigori. Avevamo superato i quarti di finale del trofeo nazionale grazie agli errori dal dischetto di Emerson (la cui presenza era in forse secondo quanto comunicatomi dall’osservatore incaricato di visionare sempre i ‘prossimi avversari’) e Delvecchio. Per la mia Fiorentina aveva sbagliato solo Nuno Gomes, ancora in panne come goleador ma protagonista di una buona partita e assist man del gol di Chiesa.

La sera stessa del ritorno dei quarti di coppa Italia negoziavo il trasferimento di Mirko Pieri dall’Udinese previo pagamento della penale di rescissione da 3,7 milioni di euro e un triennale per il calciatore di 600mila euro a stagione più un premio da € 40mila per ogni assist fatto.
Mi “rassegnavo” (perché l’avrei voluto in squadra fin dal girone di ritorno del campionato) a trattare con Cambiasso un eventuale trasferimento a giugno offrendogli 800mila euro a stagione per almeno 4 anni di contratto a fronte di una richiesta di un triennale da 1 milione e 400mila euro annui. Ritornando a Ikedia, al momento la presenza di alternative nello stesso ruolo mi convinceva, viceversa, ad evitare eventuali gare al rialzo e, dunque, a negoziare con il calciatore per aggregarsi alla squadra in estate. Confidavo, inoltre, in un exploit di Marco Rossi nel ruolo di esterno destro di centrocampo: era molto più che una promessa per il futuro e non solo per questioni anagrafiche.

Anche le quattro partite di campionato tra il 9 (recupero della partita in calendario il 6 e posticipata per via dell’impegno di coppa Italia) e il 27 gennaio non avevano dimostrato una squadra pronta a voltare pagina per concentrarsi sul gioco e, finalmente, reagire.
Pareggio in casa con il Torino (3-3), sconfitta (amara) a Perugia il 13 (0-1), vittoria a Verona contro il Chievo il 20 (3-1) e altro pareggio (0-0) in casa contro il Milan il 27.
Cinque punti in 4 partite non erano quello che ci auspicavamo e la classifica non s’era mossa granché. Il presidente non aveva esitato a ricordarmelo.
Tre settimane senza coppe avevano permesso alle big di mettere in campo i migliori, e ciò avvalorava il noioso 0-0 contro il Milan, di fatto annullato per l’intera partita, e la pausa natalizia aveva consentito a tutti i team di recuperare gran parte dei titolari: passi falsi non ce n’erano stati, da parte di nessuno.
In entrambe le prime due gare avevo sostituito Di Livio a circa mezz’ora dalla fine con Rossitto.
Nella terza ero partito con quest’ultimo titolare ma ad un quarto d’ora dall’intervallo ero stato costretto (per una botta) a sostituirlo con “Soldatino”, protagonista assoluto con un gol e due assist. Chiesa e Nuno Gomes i beneficiari dello stato di grazia del compagno, con il portoghese sempre in difficoltà davanti al portiere ma capacissimo di tenere bloccati i difensori avversari presso la loro area per gran parte della gara e autore a sua volta dell’assit per Di Livio.
Pur senza brillare, Amoroso aveva retto bene, sostituito soltanto durante il secondo tempo nella partita contro il Perugia (con Torricelli). Speravo comunque in un recupero miracoloso di Cois, che consideravo il vero tassello di un centrocampo che vedeva a destra Rossi, in evidente crescita, a sinistra Gonzalez, sempre incisivo negli inserimenti e Di Livio mediano tuttofare.
A Verona Pieri, aggregatosi alla squadra dopo aver firmato il contratto che gli avevo proposto, era subentrato a Vanoli, uscito per un lieve infortunio, durante la ripresa, risultando uno dei migliori in campo. Al Franchi, contro i rossoneri, l’avevo schierato fin dall’inizio come terzino sinistro ma durante il primo tempo era risultato addirittura il peggiore in campo. Agli inizi del secondo l’avevo dovuto spostare in avanti al posto di Gonzalez, uscito per trauma cranico, facendo entrare Vanoli (che non avevo coluto rischiare) per coprire il lato sinistro della difesa: in veste di centrocampista sinistro il neoacquisto era riuscito a dare una netta svolta alla pessima prestazione di cui era stato protagonista fino a quel momento. Qualche dubbio sul fatto che Pieri potesse davvero giocare al posto di Vanoli in difesa mi balenava per la testa, ma le caratteristiche tecniche e fisiche in suo possesso non mi dispiacevano affatto. E avevo senza dubbio rinforzato la rosa su un lato, quello sinistro, dal quale creevamo maggiori difficoltà agli avversari.

Tre giorni dopo il pareggio casalingo con il Milan era la volta della semifinale di coppa Italia contro il Brescia. Le “Rondinelle”, guidate in attacco da Baggio e Toni, avevano eliminato il Parma grazie ad una vittoria casalinga per 1 a 0 (1-1 l’andata) e venivano da un’annata straordinaria, cominciata in piena estate con l’Intertoto, conclusosi con l’eliminazione in finale, e proseguita con un girone di andata del campionato che aveva visto Toni miglior realizzatore della serie A e i gemelli Filippini in odore di convocazione in nazionale.
Al Franchi la sfida era finita 2-0. Una vittoria agevole e caratterizzata da una netta supremazia sull’avversario. Pieri aveva giocato al posto di Gonzalez dal primo minuto, per poi uscire al 80’ per fare spazio a Morfeo (autore di un assist). Al centro avevano retto bene sia Amoroso che Di Livio. Rossi era stato un incubo per i due Filippini che si erano alternati sulla fascia sinistra del Brescia fino al 72’, quando usciva tra gli applausi del pubblico per Torricelli.
Impeccabili Tarozzi, Vanoli, Adani e Pierini (su Toni). Meno Chiesa e Nuno Gomes.

Nel frattempo avevo chiuso, dopo intense contrattazioni, sia con Cambiasso, che si sarebbe aggregato alla squadra ai primi di luglio per 1 milione e 100mila euro a stagione per 4 anni (come giocatore ‘utile nel turn-over della squadra’) e cospicui premi per assist e gol, e Ikedia, in arrivo a metà giugno per 1 milione annuo per 4 stagioni e 50mila euro per  ogni gol e assist fatto. Avevo anche fatto un’offerta di 750mila euro al Como per Allegretti, secondo l’osservatore incaricato di seguirlo una promessa per il futuro ‘che potrebbe essere utile alla squadra fin da subito’. (continua)

sabato 30 aprile 2016

CM 01/02: 2001/02, la squadra prima di tutto


(notizie mercato - foto scaricata dal web)


I soldi incassati dalla cessione di Mijatovic, gli incassi delle partite di Coppa Italia e Uefa erano stati divorati dalle spese correnti e i fondi per i trasferimenti (7 milioni di euro circa) non consentivano di tuffarsi in chissà quale asta: dovevo mirare a qualcuno che aveva il contratto “non protetto” (e relativa penale di rescissione “modesta”) o in scadenza (situazione che limita fortemente i rilanci da parte dell’altra società, soprattutto se ha seri dubbi che il suo tesserato voglia rinnovare).
E nel frattempo rescindevo il contratto di Gruzzo, Crocetti e Massaro con sei mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale: per le potenzialità mostrate in allenamento o nelle partite della squadra riserve, non erano ancora pronti per giocare in prima squadra e purtroppo, pur rimmettendoci quattrini (senza neanche tentare di cederli durante la finestra di mercato invernale), dovevo fare spazio in rosa. Ero sicuro, inoltre, che avrebbero trovato subito chi li ingaggiasse e, soprattutto, che li facesse giocare.
La sera stessa dichiaravo cedibile Leandro, Vakouftsis, Robbiati (in scadenza contratto a giugno), Amaral, Ficagna, Palombo, Bertolucci, Agostini, Franceschetti e Fedeli, facendo un’offerta di 3,8 milioni di euro al Perugia per Blasi.

Nell’attesa della prima delle tre amichevoli che avevo organizzato per il dopo Natale, ricevevo il netto rifiuto del Perugia all’offerta per Blasi. Nella trattativa si era inserita anche la Juventus, che qualche mese più avanti concluderà l'affare per 7,5 milioni di euro.  
Con il Cagliari al Sant’Elia, l’Empoli al Franchi e il Crotone all’Ezio Scida, avrebbero giocato (salvo infortuni in allenamento) Rossitto a Baronio sull’asse mediano del centrocampo, da sostituire nel secondo tempo, nell’ordine, con Benin e Amoroso, Morfeo alla loro sinistra e Marco Rossi a destra (con Riccardo Taddei che sarebbe subentrato durante la ripresa), Repka e Ficagna difensori centrali con ordine tassativo di marcare a uomo i diretti avversari, Emiliano Moretti a sinistra (impiegato come terzino marcatore alle spalle di Morfeo, schierato come centrocampista sinistro ma pur sempre un attaccante), Tarozzi difensore destro, Leandro prima punta e Ganz seconda con il compito di accentrarsi a centrocampo durante le fasi difensive e le ripartenze. Nella ripresa, a Vakouftsis e Robbiati sarebbe toccato, rispettivamente, replicare il gioco dei due attaccanti titolari.  
Titolare tra i pali Pino Taglialatela, ormai anche a Firenze, come in precedenza a Napoli, un talento “atrofizzato” (e non per colpa sua). Nel secondo tempo avrei  fatto giocare una decina di minuti Mario Cassano: Taglialatela era in scadenza contratto e prima di tuffarmi alla ricerca di un nuovo secondo di Manninger volevo osservare meglio questo diciottenne (cresciuto nelle giovanili del Monza) promosso nella squadra riserve dopo aver difeso egregiamente i pali della Primavera viola.  
Con il giovane e promettente portiere e Benin, Amoroso, Vakouftsis, Robbiati e Taddei, in panchina sarebbero andati Adani, Pierini, Palombo e Ceccarelli.
Tra quelli che dopo metà stagione avrei potuto definire titolari, gli unici impiegati erano dunque Adani e Amoroso: il primo, con Pierini, avrebbe dovuto assistere alle nuove disposizioni campo che avevo deciso per chi avrebbe ricoperto il suo ruolo e provarle anch’egli per almeno una ventina di minuti; dal secondo mi aspettavo ancora quelle conferme sul suo essere il perno del centrocampo (anche presente, perché di potenzialità ne aveva tantissime) attorno al quale provare a reinventare il reparto, anche ricorrendo al mercato.

Mentre rivedevo la rosa che stavo per impiegare nelle tre amichevoli programmate dal 27 dicembre al 3 gennaio, ripercorrevo anche gran parte della stagione già affrontata e individuavo nell’eccessivo ricorso al turn-over uno degli ulteriori tasselli che aveva contribuito a frenare le potenzialità della squadra, per quanto reputassi necessario fin dalla prima partita cercare di coinvolgere i migliori, tenerli in forma e pronti per giocare da titolari in qualsiasi occasione e calmierare le tensioni che gli esclusi avrebbero contribuito ad alimentare.
Nel clima infernale in cui eravamo precipitati era necessario invece spingere sugli elementi che più si erano distinti e che, grazie a grinta, professionalità e capacità di adattamento alle variazioni in corso, oltre che qualità delle prestazioni, riuscivano a porsi come punti di riferimento per tentare di invertire il trend dei risultati e le sorti del club.
Adani aveva tutte le carte in regola per diventare il baluardo della difesa (e della squadra), quello che poi definirò il “mitico”, anche se all’epoca non avevo ancora una chiara strategia nello scegliere chi potesse diventare il riferimento di portiere, difesa e, di conseguenza, dell’allenatore e dei suoi collaboratori.
Al suo fianco era Pierini quello che dava maggiore solidità al reparto e il turn-over che gli avevo fatto fare con Repka, almeno fino a dicembre, era stato dettato più dall’esigenza di tenere in forma (e quieto) il secondo che dal rendimento dell’ex Udinese. Magari passando ad una marcatura ad uomo, come stavo chiedendo a chi avesse ricoperto il ruolo di difensore centrale, avrebbe avuto bisogno sul serio di alternarsi con qualcuno (giocava a zona da una vita e in CM 0102 era particolarmente lento e poco scattante, ma dotato di grandi abilità in elevazione, senso della posizione, gioco di squadra e marcatura), ma Repka era comunque pronto a giocare, anche perché avevo l’intenzione di utilizzarlo anche come difensore destro, un’alternativa a Tarozzi e Torricelli, meno marcatori di lui e in affanno soprattutto quando gli avversari schieravano una mezzapunta o un trequartista avanzato.
Di Livio, pur con caratteristiche fisiche diverse, era l’unico in grado di sostituire Cois. Torricelli, che poteva alternarsi a centrocampo e in difesa, era un elemento essenziale della squadra.


Gonzalez era stato fino ad ora il più costante a spingere dalla metà campo in su (e autore di 7 reti, 6 assist, 1,2 contrasti e 3,2 dribbling a partita), Marco Rossi il più promettente e talentuoso dei centrocampisti, ma aveva dato forti segni di non essere ancora pronto fisicamente per reggere il ritmo di partite che avevamo affrontato fino ad ora. Il dubbio, come ho più volte rimarcato, restava Amoroso ed ero intenzionato a cercare un’alternativa sul mercato. Avevo deciso che tra un’amichevole e l’altra, mentre i miei osservatori seguivano Allegretti, mi sarei dedicato più seriamente alla ricerca di un centrocampista degno di giocare in prima squadra e, in generale, al mercato. Anche per ingaggiare già a gennaio qualche elemento che si sarebbe poi aggregato alla squadra a giugno, una volta scaduto il contratto che aveva con l’altro team.
Dopo la prima amichevole, pareggiata 2-2 con il Cagliari, arrivarono le prime offerte per alcuni dei giocatori che avevo dichiarato cedibili. Di rado avevo provato la sensazione di un riscontro così rapido da parte del mercato: di solito, salvo che per la stella della squadra che stavo gestendo, dovevo aspettare anche mesi (o anni) affinché ciò accadesse. Spesso, anzi, per liberarmi di un elemento in vendita avevo dovuto aspettare addirittura la scadenza del contratto per inserirlo nella lista gratuita.
L’Atletico Mineiro mi offriva 3,8 milioni per Amaral, ma avevo immediatamente rilanciato per 4,5 milioni. Il Siena 1,7 milioni per Ficagna, l’Ancona (dove qualche anno dopo si trasferirà sul serio) 750mila euro per Robbiati, il San Palo 7,8 milioni (poco meno del valore del suo cartellino) per Leandro, il Pro Patria 350mila per Ceccarelli, la Spal 410mila euro per Fedeli.  E Vakouftsis era seguito dagli osservatori del Paok Salonicco, mentre quelli di Genoa, Sampdoria, Udinese, Perugia e Lazio si stavano dedicando costantemente a Marco Rossi. Non ero il solo a vedere un grande futuro per il fluidificante-ala non ancora 24enne (e futura bandiera del Genoa dopo una parentesi al Como).

Lato acquisiti, avevo individuato due possibili soluzioni a centrocampo sulla carta davvero allettanti: Marc-Vivien Foé, centrocampista dell’Olimpique Lione e della nazionale camerunense, e Esteban Cambiasso, nazionale argentino in prestito al River Plate dal Real Madrid, entrambi con contratto in scadenza a giungo. Lanciavo la mia offerta di 3,7 milioni al Real per Cambiasso, nell’auspicio che la scadenza del contratto a breve  e il malumore del calciatore per i continui parcheggi in prestito spingesse i “blancos” ad accontentarsi della somma piuttosto che aspettare che se ne andasse a parametro zero in estate.
Stavo anche annotandomi i nomi di altri calciatori che avevano il contratto in scadenza a giugno e che per caratteristiche tecnica e tattiche avrebbero potuto arricchire la mia rosa, come Marco Zamboni e Massamasso Tchangai dell’Udinese, Hilário e Claudio Paris del Perugia, Vincenzo Sommese del Vicenza,  Nicola Mora e Matuzalém del Piacenza, Klaas-Jan Huntelaar del PSV e Antonio Pacheco dell’Inter.
Formulavo inoltre la mia offerta per Mirko Pieri, 2,1 milioni di euro, e cominciavo a preparare l’amichevole casalinga contro l’Empoli e quella pochi giorni dopo a Crotone contro la compagine calabrese.

Altri due pareggi, un secco rifiuto del Real per la cessione di Cambiasso e Rossitto che avevo dovuto sostituire dopo solo un tempo di gioco in tutte le tre amichevoli.
Il 2002 era iniziato in perfetta sintonia con l’anno appena conclusosi: di goal ne subivamo fin troppi, il centrocampo andava costruito e riadattato ad ogni partita (o durante la stessa) e i tifosi erano più che spazientiti. Avevo subito delle dure contestazioni anche dopo il pareggio in casa con l’Empoli, sempre un derby, anche se amichevole.  
Mi consolavano le buone prestazioni di Tarozzi, Moretti, Baronio, Morfeo e Repka (in veste di difensore destro) e la possibilità di schierare Moretti nel ruolo di terzino sinistro in alternativa a Vanoli, che intanto attirava l’attenzione della Roma.  
Con un solo terzino fluidificante (e quindi con un marcatore sul lato opposto) e due centrocampisti offensivi laterali particolarmente ispirati potevo gestire meglio i giocatori disponibili, facendo riposare a turno Vanoli, Torricelli e Tarozzi, e tirare avanti fino a giugno anche senza grandi acquisti.
Morfeo era sembrato riuscire ad adattarsi anche nel ruolo di esterno sinistro di centrocampo, ma avevo intenzione di utilizzarlo come seconda punta arretrata (al posto di Chiesa ma circa 15/20 metri più dietro) anche in qualche partita di campionato (lo avevo impiegato così soltanto in coppa Italia e negli ultimi minuti di un paio di incontri di coppa Uefa, quando la squadra evidenziava un netto calo fisico, oltre che di concentrazione, e bisognava difendere il risultato acquisito).
Adani e Pierini non erano sembrati in difficoltà per il cambio di tipo di marcatura che avevo impostato per i difensori centrali e Baronio, condizioni fisiche permettendo (non riuscivo a metterlo in forma), sembrava ancora un’ottima alternativa a Amoroso o Di Livio.
L’Atletico Mineiro aveva rilanciato fino a 4,8 milioni di euro per Amaral e non avevo esitato ad accettare l’offerta (come lo stesso calciatore brasiliano), Ficagna era passato al Siena, Robbiati aveva accettato l’offerta dell’Ancona, Ceccarelli era andato al Pro Patria e Fedeli alla Spal. Leandro era in fase di perfezionamento contratto con il San Paolo dopo che avevo accettato l’offerta del club carioca, mentre per 6,3 milioni l’incognita Vakouftsis si era trasferito al Paok.

Per Mirko Pieri l’Udinese aveva rilanciato fino a 4,9 milioni. Il calciatore aveva una clausola di rescissione pari a 3,7 milioni, molto più di quanto ero disposto inizialmente a versare, ma avevo deciso ugualmente di chiudere la trattativa e il pagamento della clausola era diventata la strada più economica e sicura. (continua)

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venerdì 22 aprile 2016

CM 01/02: 2001/02, al giro di boa sull'orlo del precipizio


A metà campionato eravamo messi male, quart’ultimi con altre 4 squadre, ma non lontanissimi dalla zona Uefa.
Eravamo ancora in corsa in coppa Italia grazie a qualche guizzo decisivo dei veterani che avevo in squadra e alle punizioni di Morfeo, Baronio e Robbiati.
Nelle partite del trofeo nazionale ricorrevo ad un turn-over, per scelta, all’inizio, e poi per necessità, che potrei definire oggi “forsennato”. Che i risultati arrivassero, direttamente e non, soprattutto su calci piazzati e qualche ottimo contropiede portato avanti da Torricelli e Di Livio non mi sorprendeva. Era il mancato inserimento dei tanti ottimi calciatori che avevo schierato in quegli incontri che mi colpiva. Anche se l’aver superato piuttosto agevolmente i primi tre turni di coppa Uefa mi aveva comunque confermato di avere in gestione una gran squadra, affetta però da diverse “sindromi”.
C’era chi aveva supposto di trovare tutt’altro ambiente prima di arrivare a Firenze (tutti, credo, visto che appena due anni prima i viola erano approdati alla Champions) ed ora si ritrovava a lottare per la sopravvivenza, chi aveva dato per scontato il “posto fisso” in squadra e non accettava né la panchina, tanti, né il turn-over, alcuni, chi si dichiarava molto preoccupato dalle voci sulle cattive condizioni in cui versava la società, ma anche chi sosteneva di meritare un club più blasonato o che aveva fatto un errore a trasferirsi in Italia.
Ezequiel Gonzalez le aveva esternate tutte. Ne avrei  fatto volentieri a meno, ma era troppo importante per la squadra, indipendentemente dal modulo. Fantasista, trequartista, ala, laterale puro, fisicamente e tecnicamente dotato e in grado di mettere in campo una grinta fuori dal comune (tra i pochi a confermare sul campo le potenzialità, i dati, desumibili dalla sua scheda), era diventato un titolare inamovibile fin dalla prima amichevole, ma aveva tutte la carte in regola per sconquassare lo spogliatoio.    

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(foto: una partita della Fiorentina nella Champions 1999-2000 in versione CM)


Chiuso il girone di andata, era tempo di fare un resoconto della situazione e sul parco giocatori a disposizione.
All’inizio avevo creduto essere il reparto difensivo quello da tener d’occhio, ma le noie maggiori venivano dal centrocampo   
Amaral era un vero talento, ma nelle poche apparizioni in campo, nonostante lo avessi fatto entrare spesso durante le amichevoli estive e le prime partite di Coppa Italia, era decisamente fuori forma: in quanto regista/mediano, aveva bisogno di giocare tantissime partite per diventare il “faro” del centrocampo. E in questo ruolo già “zoppicava” Amoroso, colui che aveva assunto ormai il gravoso incarico di sostituire Rui Costa come timoniere della squadra pur avendo caratteristiche quasi opposte al portoghese (Christian Amoroso era un centrocampista difensivo abile anche ad inserirsi, Rui Costa un centrocampista offensivo che sapeva partire anche dal vertice alto della difesa e avviare l’azione da dietro), ma lo staff tecnico della società (Luciano Chiarugi, Giovanni Galli, Paolo Bertelli, Alessandro Ciullini e Pietro Battara) unanime mi suggeriva di dargli grande fiducia perché in grado di diventare il perno della squadra per lungo tempo. Peccato che aveva degli alti e bassi durante uno stesso incontro e non riuscisse quasi mai a concluderne uno perché troppo propenso ad infortunarsi.  

Alla fine le migliori partite (le poche partiite buone) avevano visti come centrocampisti centrali Cois e Di Livio, che, ormai 35nne cercavo di preservare al meglio per l’intera stagione evitandogli il ruolo di esterno (destro o sinistro era indifferente).
Ma Cois, infortunatosi a metà novembre, era ormai fuori uso (per almeno sei mesi) e a centrocampo, accanto a Di Livio, o ad Amoroso, schieravo ora Baronio, sistematicamente uno dei migliori se lanciato nella mischia a partita in corso e uno dei peggiori quando schierato fin dal primo minuto, ora Mirko Benin, in CM 0102 “granitico” ma molto falloso, o Fabio Rossitto, forse il migliore tra le seconde linee e, con qualche partita in più nelle gambe, il candidato principale a sostituire proprio Sandro Cois.
Quelle stesse partite avevano visto Gonzalez e Rossi (o Torricelli) correre sulle due fasce, Vanoli (di nuovo in nazionale dopo un’astinenza durata quasi due anni) difensore sinistro e Tarozzi, spesso, quello destro (lo avevo preferito in più di un'occasione a Torricelli perchè più marcatore), Adani e Pierini difensori centrali e avanti Chiesa e Nuno Gomes, che non vedevano la porta, ma erano insostituibili.

La mia panchina traballava, il numero di calciatori in rosa (49) mi avrebbe consentito al massimo un acquisto o un prestito, il centrocampo andava costruito ad ogni partita o gara in corso (il caso più frequente), durante la quale occorreva sempre rincorrere gli avversari (e non più per le papere di Taglialatela), e, come detto, il duo Chiesa-Nuno Gomes non la metteva dentro.  
Per  la penuria di goal a volte avevo provato anche a dare uno scossone all’ambiente buttando nella mischia Leandro (in campionato e in coppa Uefa), Georgios Vakouftsis (in coppa Italia), Ganz e Robbiati (soprattutto nelle partite che contavano), ma al di là di qualche ottimo secondo tempo, e soprattutto di un paio di gol su calcio di punizione a testa, di questi ultimi due e di un goal ciascuno del promettente brasiliano e dell’incognita greca, nessuno aveva dato l’impressione di “fare reparto”. Certo, Ganz e Morfeo erano in grado di sostituire Chiesa garantendomi anche delle varianti di gioco che mettevano in serie difficoltà gli avversari, ma il peso dei due titolari era decisamente superiore.

Bisognava puntare su coloro che lottavano sul serio per tenere la squadra a galla. A costo di deteriorare ulteriormente l’ambiente, dovevo dare una sfoltita alla rosa e integrarla con qualche nuovo arrivo in grado di permettermi di dare ossigeno a Vanoli (grandissimo in veste di terzino fluidificante), Torricelli, Di Livio e, a turno, Rossi (molto più che un talento) e Gonzalez.  
Sempre che per produrre uno scossone non si optasse per il mio esonero, eventualità tutt’altro che remota.

Intanto decidevo di cambiare da zona ad uomo il tipo di marcatura per i due centrali della difesa: sia Adani che Pierini sembravano prediligere quella a zona, così come Repka e Moretti, ma per favorire le ripartenze dal centro (magari con un semplice anticipo) e calmierare la prevedibilità dell’attacco sulle fasce lo reputavo necessario.
Come valida alternativa a Vanoli avevo adocchiato Mirko Pieri dell’Udinese, da poco rilevato dal Perugia dal team friulano, Vratislav Greško, protagonista di prestazioni altalenanti all’Inter, Fabio Grosso, che al Perugia si alternava nei ruoli di terzino e esterno sinistro di centrocampo, e Fabio Macellari, molto duttile come Vanoli e Grosso e poche volte schierato dal Bologna nella formazione titolare.
Per il centrocampo avevo chiesto ai miei osservatori di visionare Riccardo Allegretti del Como, il poco più che ventenne Pius Ikedia dell’Ajax, Manuele Blasi del Perugia, forse quello che mi convinceva più di tutti, e Martino Melis del Verona.
Per l’attacco avevo deciso di recuperare Ganz e Morfeo, da impiegare immediatamente nelle due amichevoli post natalizie che avevo organizzato per provare qualche variante in campo e fare un po’ di grana. (continua)