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domenica 6 agosto 2017

CM0102: Avellino 2016-2017, obiettivo salvezza


L’Avellino (meglio, l’Unione Sportiva Avellino 1912) 2016-2017 che mi ritrovo a gestire è quella aggiornata ad ottobre 2016 (grazie ai data updates reperibili qui), guidata da Domenico Toscano, prima, e, nel girone di ritorno, da Walter Novellino, che chiuderà il campionato al 14esimo posto in classifica.
Subentro fin di primi di luglio a Toscano e ricevo la consueta comunicazione di inizi lavori dalla società, che, nello specifico, mi richiede di lottare per la salvezza, specificandomi la somma (striminzita) destinata al mercato dei trasferimenti. Fisso un’amichevole con l’Agropoli tra i tre incontri d’agosto del girone di Coppa Italia nel quale siamo stati sorteggiati e organizzo gli allenamenti cercando di individuare il modulo e gli accorgimenti che meglio mi possano permettere di schierare i calciatori che ho trovato in squadra inquadrati come titolari o, comunque, meglio dotati calcisticamente e impostando fin da subito dei criteri di ricerca giocatori sul mercato, soprattutto lato difesa e centrocampo (che vedevo molto “leggeri”).

L’organico dell’U.S. Avellino 1912, aggiornato ad ottobre, dunque a chiusura mercato, è quello ufficiale, reperibile anche online sui siti che si occupano di calcio.
Portieri Pierluigi Frattali, ex Cosenza ed oggi al Parma, punto fermo della squadra, il serbo Boris Radunović, in prestito dall’Atalanta ed oggi alla Salernitana, e, in prestito dal Bari ed oggi al Sudtirol – Alto Adige, Daniel Offredi.
In difesa l’uruguaiano Alejandro González, destro/centrale, in prestito dalla Ternana via Verona, lo svizzero naturalizzato albanese Berat Ridvan Djimsiti, centrale, in prestito dall’Atalanta, Marco Migliorini, centrale, il ghanese Isaac Donkor, sinistro/centrale in prestito dal Bari via Inter e oggi al Cesena, Patrick Asmah, sinistro/centrale, anch’egli in prestito con diritto di riscatto (e contro-riscatto) dagli orobici, Layousse Diallo, centrale, dalla Fiorentina a titolo definitivo, Maxime Giron, sinistro, e Simone Petricciuolo, destro, entrambi di ritorno per fine prestito dal Melfi, e qualche giovane da tener d’occhio come il difensore centrale/mediano Giannis Asvestopoulos, giovanissima promessa greca riscattata (a titolo gratuito) dalle giovanili del Varese (ed oggi in forza al Lugano U21).
Per il centrocampo l’ex Brescia e Slovan Bratislava Richard Lašík, difensore/centrocampista centrale/destro arrivato (fine contratto)  all’Avellino dopo aver giocato nelle nazionali slovacche giovanili, in quella maggiore, nella nostra serie B e anche in Europa League, l’ala sinistra Soufiane Bidaoui, talentuoso marocchino nato in Belgio e svincolatosi dal Parma dopo aver giocato in prestito al Crotone e al Latina, Angelo D'Angelo, centrale “storico” del club e capitano, unico tesserato dei lupi ad aver giocato in tutte le categorie in cui, complice il fallimento della vecchia Avellino Calcio, la squadra aveva militato dal 2009 in poi, il bresciano Fabrizio Paghera, mediano, William Jidayi, difensore/centrocampista centrale con una lunga militanza nella serie cadetta tra Sassuolo e Juve Stabia e tantissime partite anche nelle serie inferiori, il promettente regista/incontrista belga di origini congolesi Stephane Omeonga, l’ala destra Idrissa Camará, guineense prelevato dalla Correggese, Daniele Verde, trequartista destro/centrale-ala  in prestito dal Pescara via Roma, Salvatore Molina, ala destra in prestito dall’Atalanta, Davide Gavazzi, centrocampista/trequartista destro/centrale scuola Milan con una lunga militanza nel Vicenza e, in prestito dalla Samp, a Terni, Alessandro Sbaffo, trequartista/mezzala cresciuto nelle giovanili del Chievo e in prestito, tra le tante compagini, anche all’Avellino un paio di anni prima del mio arrivo, Niccolò Belloni, centrocampista destro in prestito dalla Ternana via Inter, e Luca Crecco, fluidificante/centrocampista di sinistra in prestito dalla Lazio.
In attacco Luigi Castaldo, punta 34enne, campano e bandiera della squadra, forte dal punto di vista fisico e tecnico e, all’occorrenza, grande opportunista, Matteo Ardemagni, attaccante/punta centrale scuola Milan e tantissime partite in prestito tra serie C e B, arrivato dall’Atalanta (che lo aveva acquistato nel 2010 dal Cittadella per 3,80 mln) a contratto scaduto dopo aver giocato l’anno prima a Perugia in prestito, Andrea Arrighini, punta centrale, rientrato dal prestito al Cosenza, Benjamin Mokulu Tembé, attaccante potente belga di origini congolesi (come Omeonga) con un importante passato tra campionati, coppe nazionali ed Europa League tra Lokeren e Malines, Mohamed Soumaré, seconda punta belga di origini guineense e un passato nelle giovanili dell'Anderlecht, di ritorno dal Melfi, dove era stato in prestito il campionato precedente con Petricciuolo e Giron, e Umberto Eusepi, in prestito dal Pisa.

Riflessioni (pippe a posteriori). L’organico è di tutto rispetto e sulla carta la salvezza richiestami dalla società non sembra un’impresa di quelle ardue.
Certo, si tratta di un gruppo di calciatori messi insieme a colpi di prestiti e ingaggi a parametro zero, e chi ha operato sul mercato per riuscirci è stato bravo: la priorità diventa dunque quella di creare una squadra. E farlo nel più breve tempo possibile e nella consapevolezza che c'è da mettere mano su centrocampo e difesa, magari ricorrendo ancora al mercato con quei pochissimi soldi messimi a disposizione (e prima che si esauriscano per coprire le spese correnti).

Senza dimenticare che tre portieri sono pochi e un quarto, almeno per completare la rosa, andrebbe reclutato (Tommaso Bianco si è svincolato a scadenza contratto), terzini veri e propri di proprietà della squadra non ce ne sono.
I più accreditati a giocare sulle fasce in difesa sarebbero Donkor e González, ma quest’ultimo anche il più idoneo a giocare nel ruolo di difensore centrale (per doti fisiche, capacità di marcare l’avversario, senso della posizione e del gioco di squadra) e anche Donkor sembra, comunque, più un vero e proprio marcatore che il terzino sinistro di cui avremmo bisogno.
Giron e Petricciuolo presentano doti da “fluidificanti leggeri”, magari da far giocare qualche metro più avanti la linea difensiva, ma in quest’ottica Lašík, a destra, e il giovanissimo Crecco, a sinistra, mi sembrano più gettonati. Ma giocando con due fluidificanti larghi dovrei anche prendere in seria considerazione una riconversione di ruolo per Soufiane Bidaoui da ala a terzino alto: come rinunciare al tesserato più dotato dal punto di vista tecnico e riconosciuto dai compagni come "elemento essenziale della squadra" già durante le prime sedute di allenamento?

A centrocampo non vedo un vero centrocampista difensivo, D’Angelo, il capitano, è un perno della squadra, ma, per doti fisiche, capacità difensive e visione di gioco, c'è bisogno almeno di un altro centrocampista, e molto diverso da lui. Jidayi, almeno per doti fisiche e difensive, potrebbe forse rimediare in parte al significativo vuoto in questa parte del campo, il giovanissimo Omeonga, tra l’incontrista e il regista, pare avere tutte la caratteristiche che manca agli altri due ma non ha ancora maturato quelle caratteristiche fisico-atletiche per diventare un punto fermo della squadra e Paghera pare non possedere le qualità per vestire la maglia da titolare. Salvo un impiego alternato degli ultimi tre accanto a D’Angelo o di uno dei trequartisti sull’asse mediana, e con l’auspicio che il capitano non avesse mai un raffreddore (figurarsi un infortunio), devo trovare un altro uomo, e di peso, altrimenti quel “lottare per evitare la retrocessione” fissato come obiettivo dalla società potrebbe acquisire un significato molto più profondo.

In attacco siamo, invece, ben ferrati.
Castaldo è una garanzia, anche se l’anagrafe non spinge a credere di poterlo impiegare per un'intera stagione (e marcando gli avversari per l’intera partita, cosa che richiedevo anche agli attaccanti - una variante rispetto alle impostazioni tattiche di base in fatto di marcature).
Ardemagni, gran protagonista del ritorno del Perugia tra i professionisti, ha tutti i requisiti per diventare il riferimento principale del vertice alto della squadra (e di fare reparto da solo). Da quello che vedo analizzando i suoi valori tecnici e, soprattutto, fisici, va messo in forma nel più breve tempo possibile. Arrighini lo teniamo soltanto se decido di giocare con due punte avanzate, altrimenti proverò a venderlo o a farlo giocare in prestito. Benjamin Mokulu è potenzialmente adatto sia a ricoprire il ruolo di prima punta, sia a giocare seconda punta o sulla trequarti con il compito di sfondare al centro e fare da collante tra il centrocampo e l’attacco. Soumaré, giovanissima seconda punta, lo diamo di nuovo in prestito e in caso di impiego di Tembé in quel ruolo, toccherà a Verde dargli il cambio.

I dubbi sul modulo da adottare sono, di conseguenza, tanti.
Vistio il numero dei centrocampisti offensivi laterali in squadra, 4-4-2 o 4-4-1-1?

E preso atto della vulnerabilità della difesa e, soprattutto, del centrocampo, oltre che della versatilità di alcuni dei giocatori meglio dotati tecnicamente (come Tembé, Gavazzi e i tanti avuti in prestito), 3-5-2, 5-3-2 o 5-3-1-1?

E con tanti elementi che nemmeno una partita in spiaggia avevano mai giocato assieme prima di quest'estate, rinuncio ad un modulo ferreo per variare spesso lo schieramento in campo o ne impongo subito uno in modo da dare ad ognuno dei riferimenti minimi, sia in fatto di posizione in campo, sia per gli atteggiamenti da assumere a seconda delle situazioni di gioco?

Intanto, impostati gli allenamenti specifici che sono solito adottare in ogni mia "esperienza di lavoro” e fissata un’amichevole estiva con l’Agropoli (l’inizio della Coppa Italia già durante la settimana di Ferragosto non mi consente di organizzare una serie di partite preparatorie), ai primi di Agosto vendo Arrighini al Bassano in cambio di un po’ liquidità e lo scambio con il terzino fluidificante sinistro Nicola Bizzotto e pochi giorni dopo, dalla lista gratuita, ingaggio Andrei Vastag, giovanissimo centrocampista rumeno transitato anche per le rappresentative giovanili della Dinamo Bucarest e della nazionale,

Bizzotto e Vastag restano gli unici che accettano la nostra offerta. Da quei pochi giocatori ancora liberi sul mercato contattati ricevo secchi rifiuti, o perché non intenzionati a trasferirsi all’Avellino (e/o ad Avellino), o per le nette distanze tra l’ingaggio richiesto e quello che posso azzardare.
Non esito, comunque, a dare l’incarico di cercare giovani promesse ad uno degli osservatori. L’idea di poter trovare qualcuno su cui contare già a breve, ma soprattutto per il medio-lungo periodo, non mi dispiace affatto. (continua)


sabato 29 luglio 2017

Championship Manager 01/02 (uptade ottobre 2016): l'Avellino che non t'aspetti


Metti che parti con una squadra che deve salvarsi in B con tanti buoni calciatori, magari qualcuno particolarmente dotato dal punto di vista tecnico, e molti talentini in prestito per le ovvie difficoltà finanziarie in cui versano gran parte dei club di calcio italiani e ti ritrovi inaspettatamente, ma meritatamente, al quarto posto del campionato e, dunque, tra le promosse alla massima serie e a dover rivedere tutti i trasferimenti già perfezionati (a costo zero) da gennaio in poi e a fronteggiare l’incubo di diventare la cenerentola del campionato di serie A e, una volta aumentati ingaggi e numero di giocatori, lottare affannosamente contro un sicuro fallimento dal punto di vista finanziario, societario e professionale.

Metti che, una volta in serie A, la tua squadra gioca ogni incontro come se fosse la partita della vita, l’ultima possibilità di salvarsi dalla retrocessione, per ritrovarti in Champions senza aver mai nemmeno idealizzato un finale di campionato di tali dimensioni e ad affrontare nuovamente tutti i problemi legati ad una crescita inimmaginabile senza dimenticare che l’obiettivo resta quello di salvarsi dignitosamente senza dover per questo inanellare una dopo l’altra tutte quelle figuracce che una scampata cenerentola volata troppo in alto può farti vivere meglio di qualsiasi altra squadra.

E metti che sei costretto a fare il turn-over, costruire un organico competitivo pescando tra le serie inferiori (e all’estero) e qualche ottimo calciatore in scadenza contratto disponibile (ma quante clausole di rescissione da negoziare con quelli che si reputano molto bravi!), circondarti di bravi (e dall'ingaggio sostenibile) professionisti in fatto di preparatori atletici e osservatori per mettere insieme una rosa di giovani sui quali puntare per il futuro (e non solo) e dare seguito a tutto ciò che sei riuscito sorprendentemente a fare.
Favole che ricorrono nel più bel gioco del mondo e che spesso diventano incubi. Anzi, quando piccole realtà raggiungono traguardi inaspettati e si trovano costrette a variare in corso strategie, stipendi, organizzazione, mentalità e protagonisti, spesso nell'ambiente si parla di sciagura.

Cose che capitano anche in CM0102 e che mi è successo recentemente (e piacevolmente) con l’Avellino, realtà un tempo arcinota per i dieci campionati di fila in serie A (nove salvezze consecutive) dal 1978 al 1988, mentre l’Italia vinceva il mundial del 1982 con Paolo Rossi gloleador e collezionava una delle più grandi figuracce della sua storia appena 4 anni dopo, in Messico.
Erano gli  anni in cui nella Juve giocava, tra i vari Zoff, Cabrini, Scirea, Gentile, Bonini, Tardelli, Boniek e Rossi, un certo Platini e nella Roma un tale Falcao (oltre a Graziani, Pruzzo, Gerolin, Tancredi e Conti), mentre all’Inter arrivavano Rumenigge, Passarella, Matteoli e Fanna, a Napoli Maradona. Erano i tempi in cui il Milan cercava di rialzare la testa dopo due retrocessioni nella serie cadetta e il Verona di Bagnoli vinceva lo scudetto trainato da “cavallo pazzo” Preben Elkjær Larsen e con in squadra Pietro Fanna (poi all’Inter), Roberto Tricella (poi alla Juventus), Antonio Di Gennaro e “nanu” Galderisi (entrambi facenti parte della fallimentare spedizione di Mexico ’86 con Bearzot ct della nazionale), “Garellik” tra i pali e il "bionico" Hans-Peter Briegel (che vincerà a fine carriera una coppa Italia con la Sampdoria) come terzino sinistro-centrale.
Era il periodo in cui all’Udinese, dopo Causio, arrivavano Zico, Edinho e Virdis, il Como faceva conoscere a tutti un giovanissimo Pietro Vierchowod, il talentuoso Stefano Borgonovo (rarissimo un nove italiano di gran talento, a quei tempi) e il poco ortodosso Pasquale Bruno, la Lazio provava due retrocessioni in B (e quasi una in serie C) e lottava per salvarsi ricorrendo anche a qualche importante prestito (su tutti Michael Laudrup della Juve) e la Samp di Brady, Souness, Cerezo, Vialli e Mancini cominciava a monopolizzare le finali di Coppa Italia (e a gettare le basi dello straordinario scudetto del 1990-91), quando l’Ascoli di Rozzi rischiava di andare in Coppa Uefa e lanciava allenatori come Mazzone e Boskov e giovani quali Domenico Agostini, Iachini e Scarafoni, la Cremonese, dopo aver venduto Vialli alla Samp, pescava stranieri quali Juary (ex Avellino), Limpar, Dezotti e Neffa, l’Atalanta di (nell’ordine) Ottavio Bianchi, Nedo Sonetti e Emiliano Mondonico dimostrava con Magrin, Pacione, Stromberg, Piotti, Cantarutti, Caniggia, Donadoni e Prandelli che anche in provincia, tra una retrocessione e una qualificazione alle coppe, si poteva pensare in grande senza dimenticare le proprie dimensioni e la Fiorentina  provava a ben figurare in A e a rientrare tra le grandi affiancando ad Antonioni calciatori quali Vierchowod, Oriali, Daniel Bertoni, Passarella, Massaro, Giovanni Galli, Socrates, Paolo Monelli e cercava di sostituirlo nel cuore dei tifosi con Baggio e Borgonovo.

Una squadra di provincia, quella dell’Avellino, che in un’epoca in cui con l’apertura delle frontiere agli stranieri anche le compagini più modeste della serie A avevano, quindi, tra le loro fila nomi di grande prestigio (oltre a mitici ed indimenticabili “bidoni”), era riuscita a sopravvivere nella massima serie grazie alla “Legge del Partenio” e a calciatori quali gli irpini Pasquale Casale e Fernando De Napoli (poi gran protagonista con il Napoli e la nazionale), Stefano Tacconi (in seguito più di 250 partite tra i pali della Juve), Ottorino Piotti (scuola Milan e pilastro dell’Atalanta dei miracoli), Andrea Carnevale (gran protagonista anch’egli degli anni d’oro del Napoli), Luciano Favero, Beniamino Vignola e Bruno Limido (tutti e tre alla Juve come riserve, rispettivamente, di Gentile, Platini e Cabrini), il peruviano Geronimo Barbadillo (vecchia gloria in patria che nel mondiale del 1982 aveva giocato la sua unica partita da titolare proprio contro l’Italia), Ramón Díaz (scudetto con l’Inter e tante partite con Fiorentina, Monaco e River Plate), Adriano Lombardi (storico capitano al quale è intitolato lo stadio Partenio), Juary (coppa Campioni con il Porto dopo le poco brillanti esperienza post-Avellino all’Inter, all’Ascoli e alla Cremonese), José Dirceu (lo “zingaro” del calcio, ancora oggi uno dei più amati in terra irpina), Angelo Colombo (con Evani una delle “fortune” di Sacchi ai suoi esordi sulla panchina del Milan), Walter Schachner (con Polster e Prohaska, uno dei più forti calciatori austriaci della storia), Franco Colomba (che ha anche allenato l’Avellino), Giovanni Cervone, Salvatore Di Somma, Paolo Beruatto, Carlo Osti, Pasquale Casale, Giuseppe Zandonà, Nicola Di Leo, Sandro Tovalieri, Cosimo Francioso, Mario Paradisi, Salvatore Vullo, Vincenzo Romano (poi jolly determinate nel Napoli scudettato), Angelo Alessio (poi alla Juve e dal 2010 viceallenatore di Antonio Conte al Siena, alla Juventus, in Nazionale ed oggi al Chlesea), il compianto Gian Pietro Tagliaferri (uno dei suoi pochi gol costò lo scudetto alla Roma nel campionato 1983-1984) e Alessandro Bertoni (che dopo 123 partite lasciò i lupi nel 1989, secondo anno di serie B, per andare alla neopromossa Lazio).

Una società che dopo quei fasti ha lottato, perdendo sul serio in qualche caso, per la sopravvivenza, ed ha affrontato, come gran parte delle realtà calcistiche nostrane, più delusioni che soddisfazioni (che pur ci sono state), se non addirittura il rischio di sparire per sempre, pur avendo continuato a vedere la propria divisa addosso a calciatori di ottimo livello (anche se spesso in prestito o a fine carriera) come, ad esempio, Fabio Pecchia, Lorenzo Battaglia, Pasquale Luiso e Antonio Criniti (un duo che ha fatto sperare sul serio in una rinascita anni fa), Totò Fresta, Bucaro, Bonaldi, de Martis, Molina, Rastelli (che ha anche allenato la compagine biancoverde), De Zerbi, Trezzi, Nocerino, Biancolino, Capparella, Stroppa, Kutuzov, Ghirardello, Taglialatela, Ametrano, Danilevicius, Defendi, Cipriani, Pellicori, Sforzini, Seculin, Zappacosta, Galabinov, Castaldo, Soncin, Bittante, Gomis, Rodrigo Ely, Vergara, Fabbro, Zito, Tavano, Verde e Ardemagni. (continua)

martedì 22 marzo 2016

Messi? Ronaldo? I miti nel calcio sono altri, anche in CM 01/02



Non sono più in grado di dire quante squadre abbia gestito e quante intense avventure vissute con CM 01/02, ma posso affermare con certezza di aver avuto in organico quasi sempre un “mitico”. 
Il mitico nel calcio, e in tanti sport a squadre, quasi mai è il migliore in termini di tecnica e classe, di rado è il goleador o colui che potrà salvare il bilancio della società attraverso il suo trasferimento ad un altro club e di solito non attira le telecamere puntate sul campo di calcio o i media in cerca di un viso da copertina. 
Il mitico è il leader operaio in campo e nello spogliatoio. È uno dei punti di riferimento dell’allenatore e dell’ambiente tutto.
È spesso il componente della squadra il cui impiego fa gridare allo scandalo i puritani dell’estetica e gli integralisti delle spese milionarie ad ogni costo. Colui intorno al quale si costruisce un intero reparto e si fanno crescere i veri talenti, cioè coloro che permetteranno poi alla squadra di raggiungere obiettivi a volte insperati e alla società di generare entrate attraverso la loro, spesso amara, cessione. È il leader a tutti gli effetti, l’allenatore in campo e il saggio fuori, ruoli essenziali ma celati da una modestia e da una parziale indifferenza da parte del mondo del calcio non giocato, che alla distanza diventa difficilissimo rimpiazzare.

Il primo “mitico” che ho visto giocare dal vivo è stato Salvatore Di Somma.
Erano i primissimi anni ’80 dello scorso secolo ed era la mia prima volta allo Stadio Partenio di Avellino.
La squadra irpina era in piena lotta per rimanere in serie A e Di Somma, rilevato dal Pescara nel 1977, era il giocatore simbolo di una compagine operaia arricchita di tanti talenti pescati dalla serie B e da club più blasonati dove non trovavano spazio.
Il campionato italiano era alquanto “povero” e i calciatori giravano da una squadra retrocessa ad una neopromossa che ambiva a salvarsi. C’era la mezzala, il libero, la “zona mista” del Trap e di Gigi Radice, un’evoluzione del catenaccio degli anni ’60 e dei primi ’70 (anche se c’era anche Liedholm che professava un calcio a zona più vicino a quello conosciuto grazie all’Olanda finalista di due mondiali consecutivi), il terzino destro che marcava ad uomo il migliore dell’attacco avversario e il sinistro che provava a spingere sulla fascia per crossare al centro o accentrarsi scambiandosi momentaneamente il ruolo con il trequartista (la “mezzala”). C’era l’ariete e la seconda punta “di movimento” e, da un anno, la massima serie era stata riaperta agli stranieri. 



Lo stabiese Di Somma era già sulla via del tramonto quando vidi giocare per la prima volta dal vivo lui e la squadra del mio capoluogo di provincia. Per quanto la mia attenzione fosse alterata dalle urla e dai fischi dei tifosi indirizzati agli avversari (era in atto un vero e proprio scontro diretto tra pretendenti alla salvezza), questo giocatore marcatamente stempiato, grintoso e vistosamente diverso da molti compagni in fatto di possesso palla e modo di giocare (si limitava a rincorrere gli avversari spalla a spalla e a scaraventare il pallone in tribuna, compresa quella vip nella quale ero approdato in virtù di piccolo ospite di un abbonato amico di famiglia) mi colpì così tanto che alla domanda fattami nell’intervallo circa il calciatore che stava piacendomi di più non esitai a rispondere: «Di Somma».
In una squadra di calciatori del calibro di Beniamino Vignola (il capitano), Geronimo Barbadillo, Søren Skov (che si rileverà poi uno dei più grandi “bidoni” degli anni ’80), Bruno Limido, Luciano Favero, Carlo Osti, Gian Pietro Tagliaferri, Stefano Tacconi e Giovanni Cervone, un ragazzino di appena 8 anni, già abituato all’Almanacco del calcio italiano e alla Gazzetta, aveva apprezzato un “piedi di legno” che rincorreva, a fatica, gli attaccanti avversari con il solo ed unico intento di  impedire che arrivassero in porta.
L’incredulità che aveva alimentato la mia risposta secca la si tagliava con un coltello, ma qualcuno dei “vip” fece notare quanto la grinta e l’agonismo per un ragazzino potessero essere molto più affascinanti di tanti altri fattori, specie se a stringere i denti era l’ultimo baluardo della difesa.


Non ricordo esattamente chi fosse l’avversario (a posteriori potrei dire Genoa), ma benissimo che quella partita finì due a zero a favore dei “lupi” con goal di Vignola e Barbadillo e che a casa non feci altro che parlare di Salvatore Di Somma, un “mito” per la piazza e, quel giorno, anche per me.
L’Avellino quell’anno concluse il campionato (1982/83) al nono posto (record battuto con l’ottavo posto raggiunto nel 1987), arrivando anche agli ottavi di finale di Coppa Italia.
Di Somma chiuderà poi con l’Avellino la sua carriera di calciatore professionista due anni dopo, nel 1984, alla veneranda età di 36 anni, per poi iniziare quella da allenatore pochi anni più tardi, partendo dal Sorrento e passando anche per Avellino nella stagione 1996/97, in serie C1, dopo il ritorno alla presidenza di 'don' Antonio Sibilia, patron della società proprio durante gli anni in cui Salvatore Di Somma militava nella squadra che impose per quasi dieci anni la “legge del Partenio”. (continua)