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domenica 17 novembre 2019

Forex: i costi da tener conto per operarvi

Quando si parla di operatività sul Forex  occorre distinguere tra operatività a pronti (spot) e operatività a termine. 
Con la prima si fa riferimento alle operazioni di compravendita aventi ad oggetto valute nel mercato spot, cioè a quelle transazioni che vengono regolate in valuta al secondo giorno successivo la conclusione della negoziazione, mentre l’operatività a termine si riferisce alle operazioni il cui regolamento è in genere posticipato di diverse settimane, mesi o anni, attraverso l’utilizzo di strumenti quali swap, futures ed opzioni su valute.

L’operatività sul mercato spot del Forex implica la conoscenza dei costi relativi ad essa, i principali dei quali sono spread, interessi e margini.

Lo spread è il differenziale tra le due quotazioni in cui viene espresso un dato tasso di cambio, ossia tra la quotazione bid (o denaro), alla quale è possibile vendere un dato cross valutario, e la quotazione ask (o lettera), alla quale è possibile acquistare una valuta rispetto un’altra.
Chiunque inizi ad operare sul Forex deve prestare particolare attenzione a questa variabile, poiché il suo valore costituisce il movimento minimo che il mercato deve fare per consentire al trader di trarre un profitto dalla sua strategia. Vi sono spread fissi o variabili, ed è fondamentale fare attenzione a quest’ultimo quando si sceglie un Forex broker.
Di norma,  differenziale è minimo per le coppie più frequentemente oggetto di scambio (come i cross EUR/USD, USD/JPY, GBP/USD, etc.), mentre diventa più ampio per le coppie di valute più “esotiche” e meno negoziate.

venerdì 19 febbraio 2016

Mercato dei cambi: un po’ di storia (parte 3)


Nel 1978, altro anno di shock petroliferi e forti tensioni sociali, i principali Paesi europei, consci dell’impossibilità di lì a pochi anni di poter fronteggiare il debito pubblico e la tenuta del potere d’acquisto e degli investimenti conseguenti alle guerre commerciali nel Vecchio continente scaturite dal nuovo regime dei cambi, diedero vita ad un Sistema monetario europeo, lo SME, con l’obiettivo principale di ridurre l’inflazione attraverso la stabilizzazione dei cambi e l’unificazione della moneta europea attraverso la creazione di una moneta unica, l’ECU. Questo sistema, con il Rapporto Delors (1988) e il Trattato di Maastricht (1992), porterà alla creazione nel 1992 dell’UEM (Unione Economica e Monetaria) che guiderà alla nascita, nel 1999, della moneta unica europea, l’euro.

L’euro, dalla sua introduzione, ha acquistato un ruolo fondamentale quale moneta di riserva internazionale, seconda solo al dollaro Usa.
L’aumento degli squilibri nelle bilance dei pagamenti tra i grandi Paesi emergenti, capaci di favorire le proprie esportazioni con il cambio debole, e gli Stati Uniti, sempre attenti a mantenere elevata la domanda interna anche a discapito dell’equilibrio sui mercati internazionali, ha infatti amplificato la debolezza del dollaro e velocizzata la diversificazione delle riserve internazionali. E allo stesso tempo la Cina ha cominciato a promuovere l’uso della propria moneta sui mercati globali.
Oggi il sistema dei pagamenti internazionale gira principalmente su tre monete, dollaro, euro e yen, con la sterlina e il dollaro australiano le valute più scambiate sul Forex.
Queste cinque divise, inoltre, con il franco svizzero e il dollaro canadese, le monete rifugio per tanti investitori, coprono quasi la totalità degli scambi, mentre le altre movimentano volumi davvero marginali.

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martedì 9 febbraio 2016

Mercato dei cambi: un po’ di storia (parte 2)


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Dopo la guerra in Vietnam e, in generale, il forte indebitamento raggiunto dagli Stati Uniti per finanziarie conflitti bellici, sorreggere l’espansione delle proprie multinazionali e, in generale, far fronte all’aumento delle richieste di conversione in dollari delle riserve in oro, il sistema entrò in crisi e il 15 agosto 1971, come anticipato, il presidente Richard Nixon, a Camp David, una delle residenze del primo cittadino Usa (nota soprattutto per il trattato di pace raggiunto tra Egitto e Israele nel 1978 con Jimmy Carter alla Casa Bianca), annunciò la sospensione della convertibilità del dollaro in oro e l’introduzione di una tassa sulle importazioni negli Usa pari al 10%.
A dicembre dello stesso anno il G-10 siglò a Washington lo Smithsonian Agreement, decretando ufficialmente la fine degli accordi di Bretton Woods.
Con l’accordo raggiunto presso lo Smithsonian Institute si stabilì una svalutazione del dollaro del 7,9%, fissando un tasso di cambio con l’oro pari a 38 dollari per oncia ma senza ripristinare l’obbligo della Fed di scambiare dollari in oro sospeso da Nixon. Il nuovo trattato abolì la tassa sulle importazioni voluta pochi mesi prima da Nixon e modificò i tassi di cambio tra le altre monete stabilendo una banda di oscillazione del 2,25% intorno alle nuove parità.
Fondo monetario internazionale e Banca mondiale (l’evoluzione della BIRS), pur nate per vigilare su un sistema di cambi fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il cui valore era a sua volta legato all’oro, restavano in vita per garantire la liberalizzazione del commercio internazionale e la tenuta del sistema monetario.

Poco più di un anno dopo, nel febbraio del 1973, complici  gli shock petroliferi che si intensificheranno l’anno successivo e l’aumento della domanda di dollari correlata alla dimensione economica raggiunta da Francia e, soprattutto, Germania e Giappone,  Paesi per i quali le restrizioni commerciali imposte loro dopo la fine del secondo conflitto mondiale stavano affievolendosi, ogni legame tra dollaro e valute estere, e lo standard aureo in generale, venne definitivamente abbandonato: il sistema dei cambi a livello globale divenne flessibile (una fluttuazione controllata dalle Banche centrali), con il conseguente venir meno di un caposaldo del capitalismo moderno, la centralità sovrana degli Usa, e, dunque, del dollaro.
Nel gennaio 1976 a Kingston (Giamaica) il sistema dei cambi introdotto con gli accordi di Bretton Woods subì ancora un’ulteriore drastica revisione, accogliendo il principio che i tassi di cambio dovessero adeguarsi alle esigenze (mutevoli) della politica economica interna dei singoli Stati.
(continua.....)

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venerdì 11 dicembre 2015

Mercato dei cambi e Forex: il tasso di cambio



Il tasso di cambio è lo strumento fondamentale per operare sul Forex, il rapporto tra due divise, una al numeratore e l’altra al denominatore.
L’ordine di acquisto o di vendita, per consuetudine internazionale, è relativo alla valuta posta al numeratore.
In concreto, quindi, se si effettua un’operazione di acquisto sul cambio euro/dollaro Usa (eur/usd) vuol dire che si acquistano euro vendendo contestualmente il controvalore in dollari: si parla in questo caso di posizione rialzista (long) eur/usd. Se, viceversa, si vende il cambio eur/usd, si vendono euro e si comprano dollari statunitensi, assumendo una posizione ribassista (short).

Il rapporto di cambio tra due monete può essere identificato in due orientamenti, indicando quante unità di una servono per ottenere un’unità dell’altra o viceversa.
La valuta al numeratore è quella certa, mentre quella al denominatore, la cui quantità è suscettibile alle variazioni del prezzo, è la valuta incerta.
Oggi, per convenzione, l’euro è sempre la valuta certa, è sempre al numeratore del rapporto di cambio: i cambi che riguardano la divisa europea sono quindi quotati indicando quante unità di un’altra valuta occorrono per un euro.
La sterlina è al denominatore contro il solo euro, mentre è al numeratore contro tutte le altre valute.
Il dollaro Usa, invece, è al denominatore contro il dollaro australiano, l’euro e la sterlina, ma è al numeratore contro le restanti valute nazionali.

Prima dell’entrata in vigore dell’euro, la valuta di riferimento sul mercato Forex era il dollaro statunitense e le quotazioni che esprimevano la quantità di divisa locale necessaria per acquistare o vendere un dollaro erano definite ‘incerto per certo’. Viceversa, erano definite ‘certo per incerto’ se esprimevano la quantità di dollari Usa necessari per un quantitativo di divisa locale, una prassi ancora in auge per alcune quotazioni contro la divisa statunitense come quelle del dollaro australiano, di quello neozelandese e della sterlina inglese.
Dall’avvio dell’euro, tuttavia, tutte le valute, dollaro incluso, sono di prassi quotate come quantità di divisa necessaria per acquistare o vendere un euro e le quotazioni sono definite dunque di tipo ‘certo per incerto’: un cambiamento che esprime l’importanza e la forza della moneta che rappresenta l’economia potenzialmente più stabile su scala mondiale, quella della vecchia Europa.


Tratto da:

Valute e Forex: il mercato dei cambi